Il fascinum: l'amuleto fallico dei Romani contro l'invidia
Il fascinum nell'antica Roma: significato del nome, le testimonianze di Plinio e Varrone, pendenti, tintinnabula e la difesa contro il malocchio.
A Pompei e in molti altri siti romani si incontrano immagini falliche in luoghi che oggi sembrerebbero sorprendenti: sulle soglie delle case, sui muri delle botteghe, nei forni, sui finimenti dei cavalli. Non si trattava di provocazioni né, nella maggior parte dei casi, di allusioni erotiche. Erano rappresentazioni del fascinum, l'amuleto con cui i Romani si difendevano dall'invidia e dal malocchio, e che accompagnava bambini, soldati e commercianti nella vita di ogni giorno.
Il nome e il significato
Il termine latino fascinum, o fascinus, indicava insieme il fallo e la forza malefica che esso doveva contrastare, il fascino nel senso antico di sortilegio. Lo stesso verbo fascinare significava «ammaliare», «gettare il malocchio». Il fallo era considerato un'immagine di vitalità e di fertilità così potente da distogliere lo sguardo invidioso, che si fissava su di esso invece che sulla persona o sulla cosa da proteggere. In questo senso l'amuleto funzionava come un parafulmine per gli occhi maligni.
Le testimonianze degli autori
Plinio il Vecchio, nella Naturalis historia, ricorda che il fascinus era venerato come una divinità e che il suo culto era affidato alle Vestali. Aggiunge che veniva appeso sotto il carro dei generali in trionfo, per proteggerli dall'invidia nel giorno della loro gloria, e lo definisce «medico dell'invidia». Varrone, nel De lingua latina, menziona un piccolo oggetto osceno appeso al collo dei bambini perché non subissero danni. Le due testimonianze coprono così l'intero arco della vita, dall'infanzia al trionfo.
Amuleti per tutti
I fascina erano prodotti in bronzo, osso, corallo, oro e pasta vitrea, in dimensioni minime adatte a essere indossate. Molti combinano il fallo con una mano chiusa nel gesto della fica, il pollice stretto tra indice e medio, altro segno contro il malocchio. Nei campi militari lungo i confini dell'impero, dalla Britannia al Danubio, sono stati trovati numerosi pendenti di questo tipo, spesso legati ai finimenti dei cavalli, insieme a lunule e dischi decorati.
Particolari sono i tintinnabula, campanelli in bronzo appesi alle porte o nei giardini, con figure falliche fantasiose, talvolta alate o munite di zampe animali. Il suono e l'immagine si univano nella difesa della casa, e diversi esemplari provenienti da Pompei ed Ercolano sono oggi conservati al Museo archeologico nazionale di Napoli. Anche alcuni mosaici di soglia ripetono il motivo.
Dai Romani alla tradizione popolare
Con l'affermazione del cristianesimo il culto del fascinus scomparve, ma l'idea di un oggetto capace di intercettare l'invidia sopravvisse. Alcuni studiosi vedono nel corno portafortuna dell'Italia meridionale e nel gesto delle corna una lontana continuità con questi amuleti, anche se il percorso storico è difficile da documentare con precisione, e tra l'età romana e l'età moderna mancano molti anelli della catena.
Il fascinum mostra quanto fosse diverso, per i Romani, il rapporto con il corpo e con le immagini. Ciò che noi tendiamo a confinare nella sfera del privato era per loro un segno pubblico di forza vitale, messo a guardia di bambini, soldati, botteghe e trionfi, e accolto senza imbarazzo nello spazio della città.
