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La pupilla doppia: i popoli fascinatori negli autori antichi

Plinio, Aulo Gellio e Ovidio raccontano di popoli e streghe con due pupille capaci di uccidere con lo sguardo: storia di una meraviglia del mondo antico.

Tra le curiosità che gli antichi amavano raccogliere sui confini del mondo conosciuto c'era quella dei popoli capaci di nuocere con lo sguardo. Non singoli invidiosi, ma intere comunità, collocate in regioni lontane e un po' favolose, a cui si attribuiva un occhio letale per natura. Il segno distintivo, secondo queste notizie, era la pupilla doppia. La fonte principale è Plinio il Vecchio, che nel I secolo d.C. riunì nella Naturalis historia un vastissimo repertorio di prodigi.

Il catalogo di Plinio

Nel settimo libro della Naturalis historia, dedicato all'uomo, Plinio riferisce, citando l'autore greco Isigono, che tra i Triballi e gli Illiri vivevano persone che fascinavano con lo sguardo e potevano uccidere chi fissavano a lungo, soprattutto se adirate. Avrebbero avuto due pupille in ciascun occhio. Aggiunge, sulla scorta di Apollonide, notizie analoghe su donne della Scizia, e ricorda che lo storico Filarco attribuiva un potere simile alla gente dei Tibii, nel Ponto.

Plinio menziona perfino Cicerone, secondo cui le donne con la pupilla doppia avrebbero avuto ovunque uno sguardo nocivo. È interessante il tono: lo scrittore registra, accumula, talvolta prende le distanze, ma non scarta. Per lui la natura era piena di forze nascoste, e l'occhio, organo prezioso e fragile, poteva benissimo esserne il veicolo. In quelle pagine la meraviglia geografica si intreccia con una teoria implicita dello sguardo come forza fisica.

Da Gellio a Ovidio

Nel II secolo Aulo Gellio, nelle Notti attiche, racconta di aver trovato a Brindisi, al ritorno dalla Grecia, una bancarella di vecchi libri greci pieni di storie incredibili. Li comprò a poco prezzo e ne trascrisse alcune, tra cui proprio quella degli uomini che uccidono con lo sguardo. Gellio però le giudica con distacco, quasi come letture di svago: un segno che, accanto alla credenza, esisteva già uno scetticismo colto.

La poesia trasformò il motivo in un tratto da ritratto. Ovidio, nel primo libro degli Amores, descrive la vecchia mezzana Dipsas, esperta di arti magiche, con gli occhi in cui «pupula duplex fulminat», cioè una doppia pupilla che lancia folgori. Qui la caratteristica non indica più un popolo lontano, ma la maga di città, figura inquietante e comica insieme, che la letteratura latina amava mettere in scena.

Perché proprio la pupilla

Gli storici delle credenze hanno proposto varie spiegazioni per questo dettaglio. La pupilla doppia segnava un'anomalia visibile, dunque un'eccezione alla norma umana, e l'eccezione era spesso associata al pericolo. Inoltre, se lo sguardo veniva immaginato come qualcosa che esce dall'occhio, raddoppiarne la sorgente significava raddoppiarne la forza. Alcuni hanno pensato a reali anomalie oculari osservate e ingigantite dal racconto, ma si tratta di ipotesi che non possono essere verificate.

Il tema dei popoli fascinatori mostra un aspetto meno noto della storia del malocchio: prima di diventare una paura domestica, legata al vicino invidioso, esso fu anche una categoria dell'esotico, un modo per pensare l'altro e il lontano. Le pagine di Plinio e di Gellio furono lette e copiate per tutto il Medioevo e il Rinascimento, e continuarono a nutrire i trattati sulla fascinazione scritti molti secoli dopo.