Invidia e fascinum: lo sguardo nocivo nella Roma antica
Il fascinum appeso al carro del trionfatore, la bulla dei bambini, i versi di Catullo e di Virgilio: come i Romani pensavano e temevano l'invidia.
In latino la parola che indica l'invidia contiene già un'immagine: invidere, guardare contro, guardare male. Per i Romani l'invidia non era soltanto un sentimento, ma un'azione dello sguardo che poteva colpire persone, animali e beni. Accanto a essa stava il verbo fascinare, da cui deriva il nostro fascino, che in origine significava ammaliare con un influsso nocivo. Le due nozioni si sovrapponevano e davano forma a un insieme di timori e di difese ben documentato nelle fonti.
Il fascinum, custode dei bambini e dei trionfatori
Con fascinum, o fascinus, i Romani indicavano sia l'influsso maligno sia l'amuleto che lo combatteva, generalmente un'immagine fallica. Plinio il Vecchio, nel ventottesimo libro della Naturalis historia, lo chiama custode dei bambini e dei generali vittoriosi: durante il trionfo, scrive, veniva appeso sotto il carro del trionfatore come protezione contro l'invidia. Aggiunge che il suo culto era affidato alle Vestali, segno del valore pubblico che gli si attribuiva.
Il carattere osceno di questi amuleti non era casuale. Varrone, nel De lingua latina, ricorda una «turpicula res», una cosa un po' sconcia, appesa al collo dei fanciulli perché nulla nuocesse loro. L'immagine fallica, legata alla fertilità e alla forza vitale, aveva anche una funzione di distrazione: attirava l'attenzione, suscitava il riso e spezzava così la concentrazione dello sguardo pericoloso. Molti esemplari in bronzo sono emersi dagli scavi di Pompei e di tutto l'Impero.
La bulla e l'infanzia
I bambini nati liberi portavano al collo la bulla, una piccola capsula di metallo o di cuoio che poteva contenere amuleti. Era d'oro nelle famiglie più ricche, di cuoio nelle altre, e il ragazzo la deponeva quando indossava la toga virile, offrendola ai Lari di casa. Le fonti antiche la descrivono soprattutto come segno di condizione libera e di protezione dell'infanzia; il legame con il malocchio è suggerito dalla funzione apotropaica degli oggetti che vi si custodivano.
I poeti e il timore della lode
La letteratura latina conserva tracce vivaci di questa sensibilità. Catullo, nel quinto carme, invita Lesbia a confondere il conto dei baci perché nessun malevolo possa invidiarli conoscendone il numero: «ne quis malus invidere possit». Contare la propria felicità significava esporla. Virgilio, nella terza bucolica, fa lamentare un pastore per il gregge smagrito: «nescio quis teneros oculus mihi fascinat agnos», non so quale occhio mi ammalia i teneri agnelli.
Anche la lode richiedeva cautela. I Romani usavano l'avverbio praefiscini, una sorta di «senza malocchio», pronunciato quando si diceva qualcosa di favorevole su di sé o su altri, per togliere alla frase il suo rischio. La parola compare già nelle commedie di Plauto. È lo stesso riflesso che sopravvive in molte lingue moderne, dove a un complimento si aggiunge spontaneamente un'espressione di scongiuro o di benedizione.
Il mondo romano trasmise all'Europa sia il vocabolario sia gli oggetti del malocchio. Il fascinum fallico sopravvisse, trasformato e reso più discreto, nei cornetti e nelle mani apotropaiche; la bulla trovò eredi nei sacchetti benedetti cuciti ai vestiti dei neonati. Soprattutto rimase l'idea, racchiusa nella stessa parola invidia, che guardare non sia mai un atto neutro, e che lo sguardo altrui possa pesare sulla fortuna di chi viene osservato.
