La fascinazione tra teologi e filosofi, dal Medioevo al Rinascimento
Tommaso d'Aquino, Marsilio Ficino, Leonardo Vairo e Francesco Bacone: come la cultura dotta europea cercò di spiegare il potere dello sguardo invidioso.
Il malocchio non fu soltanto una credenza popolare. Per secoli medici, teologi e filosofi si chiesero seriamente se lo sguardo potesse nuocere e in che modo. La parola chiave era fascinatio, ereditata dal latino classico, e la discussione si nutriva di Aristotele, di Plinio, dei padri della Chiesa e della medicina araba. Seguire questo dibattito significa scoprire come una paura antica fu tradotta nel linguaggio della scienza e della teologia del tempo.
Tommaso d'Aquino e lo specchio appannato
Nella Summa theologiae, nella prima parte, alla questione 117, Tommaso d'Aquino si domanda se l'anima umana possa modificare la materia dei corpi esterni. Rispondendo a un'obiezione, discute proprio la fascinazione. Riprende da Aristotele un'osservazione allora ritenuta vera, secondo cui lo sguardo di una donna durante il ciclo mestruale appannerebbe uno specchio, e ne deduce che gli occhi possano alterare l'aria circostante.
Da qui Tommaso spiega che un'anima mossa da una forte malevolenza può infettare gli occhi, e attraverso di essi l'aria, fino a nuocere ai corpi più delicati, come quelli dei bambini. È una spiegazione naturale, non demoniaca: il teologo distingue questo meccanismo dall'intervento del diavolo, di cui tratta altrove. La sua autorità fece sì che la fascinazione restasse a lungo un argomento legittimo nelle scuole e nelle università europee.
Ficino e gli spiriti che escono dagli occhi
Nel Quattrocento il filosofo fiorentino Marsilio Ficino riprese il tema in chiave platonica. Nel commento al Simposio di Platone, noto come De amore, spiega l'innamoramento come una vera fascinazione: dagli occhi dell'amato escono spiriti sottili, vapori del sangue, che entrano negli occhi dell'amante e lo trasformano. Lo stesso meccanismo, rovesciato, poteva produrre il danno invidioso. Amore e malocchio diventavano così due facce di una stessa fisiologia dello sguardo.
Trattati e saggi dell'età moderna
Nel 1583 il benedettino Leonardo Vairo, poi vescovo di Pozzuoli, pubblicò il De fascino in tre libri, uno dei primi trattati interamente dedicati all'argomento. Vairo raccoglieva testimonianze antiche e moderne e le inquadrava in una prospettiva teologica, attribuendo un peso importante all'azione del demonio. L'opera fu ristampata e rimase per decenni un punto di riferimento per chi voleva affrontare la questione con gli strumenti della dottrina cattolica.
Pochi decenni dopo, Francesco Bacone, nel saggio Of Envy incluso nell'edizione ampliata dei suoi Essays del 1625, osservava che nell'invidia sembra esservi quasi una «irradiazione dell'occhio». Il filosofo inglese non si pronunciava con certezza, ma registrava la credenza come qualcosa che meritava attenzione, segno che il tema aveva conservato una certa dignità intellettuale anche alle soglie della scienza moderna.
Questa lunga stagione di trattati spiega perché, nel Settecento, la jettatura napoletana potesse essere discussa da giuristi e letterati con un misto di erudizione e di ironia. Gli argomenti erano già pronti: gli spiriti visivi, l'aria infetta, gli esempi di Plinio. La cultura popolare e quella dotta, lungi dall'essere separate, si scambiarono per secoli immagini e spiegazioni dello stesso timore, adattandole ogni volta al sapere della propria epoca.
