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Ayin hara: il malocchio nella tradizione ebraica

Dalle Massime dei Padri al Talmud, dalla hamsa al filo rosso: storia della credenza nell'ayin hara e delle usanze protettive del mondo ebraico.

Nella tradizione ebraica il malocchio ha un nome antico, ayin hara, letteralmente «occhio cattivo». L'espressione indica sia lo sguardo invidioso sia, più in generale, un atteggiamento d'animo meschino, incapace di rallegrarsi del bene altrui. Il concetto attraversa la letteratura rabbinica, il folklore delle comunità ashkenazite e sefardite e numerose usanze quotidiane, molte delle quali sopravvivono ancora oggi come modi di dire e piccoli gesti di cautela.

Le fonti rabbiniche

Già nella Mishnà, nel trattato Pirqè Avot, le Massime dei Padri, Rabbi Yehoshua elenca l'occhio cattivo insieme all'istinto malvagio e all'odio verso le creature tra le cose che fanno uscire l'uomo dal mondo. Il senso è anzitutto morale: l'invidia consuma chi la prova e lo isola dagli altri. Nel Talmud babilonese, però, l'ayin hara assume anche il volto di una forza concreta, capace di colpire chi viene guardato.

Un passo del trattato Bava Metzià attribuisce a Rav, maestro babilonese del III secolo, l'affermazione che novantanove persone su cento muoiano per l'occhio cattivo e una soltanto per cause naturali. Nel trattato Berakhot, invece, Rabbi Yochanan dichiara di non temere l'occhio cattivo perché discendente di Giuseppe, interpretando un versetto della benedizione di Giacobbe, nella Genesi, come promessa di immunità per quella stirpe.

Prudenza nelle parole e nei numeri

Da queste idee derivano abitudini linguistiche molto diffuse. Parlando di un bambino sano, di un affare riuscito o di una famiglia numerosa, molti aggiungevano l'espressione bli ayin hara, «senza occhio cattivo», che in yiddish suona keyn eynhore. La formula funzionava come uno scudo verbale, simile al praefiscini dei Romani. Esisteva inoltre la cautela di non contare direttamente le persone, preferendo altri modi per verificare, per esempio, se fosse presente il numero richiesto per la preghiera comunitaria.

Hamsa e filo rosso

Nelle comunità del Nord Africa e del Medio Oriente è molto diffusa la hamsa, la mano aperta a cinque dita, spesso decorata con un occhio al centro o con lettere ebraiche. È un simbolo condiviso con il mondo islamico, che in ambito ebraico viene talvolta chiamato mano di Miriam, dal nome della sorella di Mosè. Lo si trova su gioielli, porte, culle e oggetti di uso domestico, e in alcune comunità perfino nella decorazione di documenti importanti.

Un'altra usanza popolare è il filo di lana rossa legato al polso, che una tradizione collega alla tomba di Rachele presso Betlemme, intorno alla quale il filo verrebbe avvolto prima di essere distribuito. L'uso è stato oggetto di discussione tra le autorità rabbiniche, alcune delle quali lo consideravano una pratica di origine non ebraica e quindi da evitare: anche questo dibattito fa parte della sua storia.

L'ayin hara mostra bene la doppia natura del malocchio nelle religioni monoteiste. Da un lato è un vizio morale da combattere in se stessi, coltivando la generosità dello sguardo, il cosiddetto ayin tovà, l'occhio buono, che le stesse Massime dei Padri lodano come la via migliore; dall'altro è un pericolo esterno da cui ci si difende con formule e oggetti. Le due prospettive convivono nei testi e nelle case, senza annullarsi a vicenda.