Il malocchio nel mondo islamico: ayn, invidia e parole di protezione
Dal detto sul malocchio «reale» alle sure di rifugio, da mashallah alla mano di Fatima: la credenza nell'ayn nella storia del mondo islamico.
Nel mondo islamico il malocchio è chiamato ayn, cioè semplicemente «occhio», ed è strettamente legato all'invidia, in arabo hasad. A differenza di molte credenze popolari rimaste ai margini delle religioni ufficiali, l'ayn trova un fondamento nei testi della tradizione religiosa, che ne riconoscono l'esistenza e indicano come difendersene con la preghiera. Accanto a questo quadro dottrinale si sviluppò un ricchissimo patrimonio di oggetti e usanze popolari, dal Marocco all'Indonesia.
Le fonti religiose
Le raccolte di detti del Profeta considerate più autorevoli, quelle di al-Bukhari e di Muslim, compilate nel IX secolo, riportano la frase secondo cui il malocchio è una realtà. La tradizione ha discusso a lungo il significato di questa affermazione, ma essa ha garantito alla credenza una legittimità religiosa che altrove non si trova con la stessa forza. Diversi detti raccomandano inoltre di invocare la benedizione divina quando si ammira qualcosa, per non trasformare l'ammirazione in danno.
Nel Corano, la penultima sura, al-Falaq, l'Alba, chiede protezione, tra l'altro, «dal male dell'invidioso quando invidia». Insieme all'ultima sura, an-Nas, forma la coppia delle cosiddette mu'awwidhatayn, le due sure del rifugio, tradizionalmente recitate per protezione. Alcuni commentatori hanno inoltre letto come allusione all'occhio invidioso un versetto della sura al-Qalam, che parla di sguardi ostili capaci quasi di far vacillare il Profeta.
Mashallah e la cortesia dello sguardo
Nel linguaggio quotidiano, dall'arabo al turco, dal persiano all'urdu, si usa l'espressione mashallah, «ciò che Dio ha voluto», per accompagnare un complimento rivolto a un bambino, a una casa nuova, a un successo. Dicendola, chi loda riconosce che il bene viene da Dio e si sottrae al sospetto di invidia. È un esempio di come una formula religiosa diventi norma di cortesia: lodare senza aggiungerla può apparire scortese o persino inquietante.
La mano di Fatima e gli amuleti popolari
Accanto alle formule, la cultura popolare ha prodotto amuleti molto diffusi. Nel Maghreb la mano aperta, chiamata khamsa, cioè «cinque», è nota in Europa come mano di Fatima, dal nome della figlia del Profeta. Compare su gioielli, porte, battenti e ceramiche. In Turchia e in Asia centrale si usano occhi di vetro blu, mentre in Iran, in Afghanistan e in molte altre regioni si portano talismani con versetti scritti, custoditi in astucci di metallo o di cuoio.
Il rapporto tra questi oggetti e l'ortodossia è stato spesso discusso. Molti dotti hanno giudicato illecito affidarsi agli amuleti e hanno indicato nella preghiera l'unica protezione legittima; altri hanno tollerato gli scritti contenenti versetti coranici, distinguendoli dagli oggetti di origine pagana. Questa tensione tra pratica popolare e norma religiosa è un tratto ricorrente nella storia del malocchio, in ambito islamico come in quello cristiano ed ebraico.
Il caso islamico mostra come una credenza diffusa in tutto il Mediterraneo e oltre possa essere integrata in un sistema religioso, regolata e in parte trasformata. L'ayn non è un residuo pagano tollerato, ma un tema discusso da giuristi e teologi per secoli, e insieme un'esperienza di tutti i giorni, presente nelle parole con cui si saluta un neonato, si festeggia un matrimonio o si entra per la prima volta in una casa.
