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Drishti e nazar: lo sguardo che nuoce nella tradizione indiana

Il segno di kajal sui neonati, limoni e peperoncini sulle botteghe, il volto di Kirtimukha sui templi: il malocchio in India tra mito e vita quotidiana.

In India il malocchio ha molti nomi. Nelle lingue del Nord si parla spesso di nazar, parola giunta attraverso il persiano dall'arabo; nel Sud prevale il sanscrito drishti, che significa semplicemente «vista», e in tamil si dice kan drishti, la vista dell'occhio. Le espressioni cambiano, ma l'idea di fondo è familiare a chi conosce il Mediterraneo: l'ammirazione eccessiva o l'invidia possono colpire bambini, spose, raccolti, case nuove e attività commerciali.

Proteggere i bambini e le spose

Una delle usanze più visibili riguarda i neonati. Molte famiglie indiane tracciano sulla guancia, sulla fronte o dietro l'orecchio del bambino un piccolo segno nero di kajal, il cosmetico tradizionale per gli occhi. In hindi è spesso chiamato kala tika, «segno nero». Il principio, secondo le spiegazioni tradizionali, è quello dell'imperfezione volontaria: un difetto visibile rende il bambino meno perfetto agli occhi altrui e quindi meno esposto a un'ammirazione ritenuta pericolosa.

Anche le spose, nel giorno delle nozze, sono considerate particolarmente vulnerabili, perché attirano tutti gli sguardi. In diverse regioni i parenti compiono gesti simbolici di protezione, come far girare oggetti attorno al capo della sposa prima di allontanarli. Lo stesso schema, che gli antropologi descrivono come raccolta e allontanamento del male, ritorna nei riti dedicati ai bambini e in molte feste familiari, con varianti regionali e di casta molto numerose.

Limoni, peperoncini e maschere mostruose

Nelle città indiane è comune vedere appesi all'ingresso di negozi, case e veicoli un limone e alcuni peperoncini verdi infilati su un filo, il cosiddetto nimbu mirchi. Secondo una spiegazione popolare diffusa, il sapore aspro e piccante appagherebbe Alakshmi, la dea della sfortuna, inducendola a non varcare la soglia. Il filo viene spesso rinnovato a cadenza settimanale, tradizionalmente il sabato, e lo si vede persino sui camion e sui risciò a motore.

Nel Sud dell'India, sugli edifici in costruzione, si appende spesso una maschera dipinta dal volto mostruoso, con occhi sgranati, zanne e lingua di fuori, chiamata in tamil drishti bommai. In alcune zone si usa anche una zucca bianca su cui viene disegnato un volto. La funzione è catturare il primo sguardo di chi passa e proteggere la struttura nella fase più delicata, quando è ancora incompiuta ed esposta alla curiosità di tutti.

Kirtimukha, il volto della gloria

Queste maschere hanno un illustre antenato nell'arte sacra. Sopra le porte e le nicchie di molti templi indù compare il volto di Kirtimukha, «volto della gloria», un mostro dalle fauci spalancate. Secondo un racconto mitologico tramandato nella letteratura dei Purana, Shiva creò un essere famelico e, quando questo non ebbe più nulla da divorare, gli ordinò di mangiare se stesso. Rimase soltanto il volto, che il dio volle porre a guardia delle porte dei templi.

Il caso indiano conferma un principio ricorrente nella storia del malocchio: allo sguardo nocivo si oppone un volto più forte, un difetto voluto o un'offerta che distoglie l'attenzione. Le usanze descritte convivono oggi con la vita moderna delle metropoli, nei negozi come nei cantieri, e mostrano una continuità notevole tra mito, arte templare e gesti quotidiani, tramandati in famiglia di generazione in generazione.