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La jettatura napoletana: quando la sfortuna diventa una persona

Dal malocchio invidioso allo jettatore involontario: come nacque nella Napoli del Settecento la jettatura, credenza tra paura, ironia e teatro.

Malocchio e jettatura vengono spesso usati come sinonimi, ma nella tradizione napoletana indicano cose diverse. Il malocchio nasce dall'invidia o da un'ammirazione eccessiva ed è legato a un momento preciso. La jettatura, invece, è una qualità permanente di certe persone, gli jettatori, che porterebbero sfortuna per il solo fatto di esserci, spesso senza volerlo e senza saperlo. La parola deriva dal verbo iettare, gettare: lo jettatore getta la sventura intorno a sé.

Una moda del Settecento

Il termine e la figura dello jettatore si affermano nella Napoli del XVIII secolo, capitale vivace e popolosa di uno dei regni più estesi d'Italia. Qui la credenza non restò confinata ai ceti popolari: ne parlavano nobili, magistrati, abati e letterati, che la trattavano con un misto di timore e di ironia. Proprio nel secolo dei Lumi, quando la ragione metteva in discussione molte superstizioni, la jettatura divenne paradossalmente un argomento di conversazione elegante.

Ernesto De Martino, in Sud e magia, ha proposto di leggere questo fenomeno come un compromesso tipico della cultura napoletana colta: incapace di credere fino in fondo alla magia e insieme incapace di liberarsene del tutto, essa elaborò un atteggiamento ambiguo, fatto di scherzo e di cautela. La jettatura sarebbe così il prodotto di un illuminismo rimasto incompiuto, in un contesto sociale segnato da forti incertezze.

Il ritratto dello jettatore

Con il tempo si formò un ritratto convenzionale dello jettatore, che la letteratura e il teatro contribuirono a fissare. Nelle descrizioni ricorrenti è magro, pallido, vestito di scuro, con occhiali e un'aria seria, spesso cortese e colto. La sua presenza veniva collegata a incidenti, malattie e cattive notizie. Era un personaggio temuto ma anche comico, e attorno a lui fiorivano aneddoti che circolavano nei salotti, nei caffè e nei teatri della città.

Contromisure e convivenza

Contro lo jettatore non serviva tanto un rito quanto una serie di contromisure discrete: le corna fatte con la mano, possibilmente di nascosto, il contatto con il ferro, il cornetto in tasca, un'espressione di scongiuro detta a mezza voce. Erano difese sociali più che magiche, che permettevano di convivere con la persona sospettata senza rompere le regole della buona educazione. Il risultato era però una forma di esclusione sottile e reale, che poteva pesare molto su chi ne era vittima.

Proprio questo aspetto sociale fu colto dalla letteratura successiva. La figura dello jettatore, emarginato per una colpa che non ha, divenne tra Otto e Novecento materia di racconti e commedie, come la novella La patente di Luigi Pirandello o la commedia Non è vero ma ci credo di Peppino De Filippo, del 1942, il cui titolo è diventato un'espressione proverbiale per indicare l'atteggiamento ambivalente verso la sorte.

La jettatura napoletana è dunque qualcosa di più di una superstizione locale. È un fenomeno storico preciso, nato in un ambiente urbano e colto, che rivela il rapporto ambivalente tra razionalità e credenza. Studiarla significa capire come una società possa ridere delle proprie paure senza smettere di temerle, e come la sfortuna possa essere attribuita, ingiustamente, a una persona in carne e ossa.