L'affascino nel Sud Italia: pratiche popolari e sguardo antropologico
Formule segrete trasmesse la notte di Natale, l'olio nell'acqua, le donne esperte: il malocchio nel Sud Italia raccontato da Pitrè e dagli etnografi.
Nel Mezzogiorno d'Italia il malocchio ha molti nomi: affascino in Campania e in Lucania, uocchie o malocchiu in altre zone, jettatura in Sicilia come a Napoli. Per secoli, intorno a questa credenza, si è sviluppato un sistema di pratiche domestiche affidate soprattutto alle donne. Folkloristi e antropologi le hanno documentate a partire dall'Ottocento, e le loro descrizioni ci permettono oggi di comprenderle come fenomeni culturali, senza trasformarle in istruzioni da seguire.
Pitrè e la documentazione siciliana
Il grande raccoglitore delle tradizioni siciliane fu Giuseppe Pitrè, medico palermitano vissuto tra il 1841 e il 1916. Nei venticinque volumi della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, pubblicati tra il 1871 e il 1913, registrò canti, fiabe, proverbi, feste e credenze, comprese quelle legate allo sguardo nocivo. In particolare i quattro volumi di Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, del 1889, e la Medicina popolare siciliana, del 1896, conservano numerose testimonianze.
Pitrè lavorava con lo scrupolo del filologo: annotava le parole esatte, i luoghi, le varianti. Grazie a lui sappiamo come venivano chiamati i diversi amuleti, quali persone erano considerate più esposte e quali figure erano ritenute capaci di liberare dal male. Il museo etnografico che porta il suo nome, fondato a Palermo nel 1909, conserva ancora oggi molti oggetti legati a queste credenze e alla vita quotidiana dell'isola.
Il segreto delle formule
Una caratteristica ricorrente, segnalata in molte zone del Sud, riguarda la trasmissione delle formule contro il malocchio. Secondo la tradizione, queste parole non potevano essere insegnate in qualunque momento: in molti paesi si riteneva che andassero comunicate soltanto nella notte di Natale, di solito da una donna più anziana a una più giovane, e che rivelarle fuori da quel contesto ne annullasse l'efficacia. Il segreto garantiva il valore del sapere e il prestigio di chi lo custodiva.
Le formule stesse mescolavano preghiere cristiane, invocazioni ai santi e frammenti di un linguaggio più antico. Gli antropologi vi hanno visto un esempio di sincretismo, in cui la religione ufficiale e la magia popolare convivono nello stesso gesto. Le autorità ecclesiastiche le guardavano spesso con sospetto, ma non riuscirono mai a sradicarle, anche perché chi le praticava si considerava un buon credente e non vedeva contraddizione.
L'olio e l'acqua
La pratica più nota, descritta da molti etnografi, è l'osservazione di alcune gocce d'olio versate in un piatto d'acqua, dal cui comportamento la persona esperta traeva un responso sulla presenza dell'affascino. Il rito aveva insieme una funzione di diagnosi simbolica e di rassicurazione: rendeva visibile un male invisibile e offriva un linguaggio comune per parlare di malessere, conflitti e invidie all'interno della comunità, senza dover accusare apertamente nessuno.
Studiare queste pratiche in chiave storica significa riconoscerne la funzione sociale senza condividerne i presupposti. Esse parlavano di relazioni tra vicini, di paure legate ai bambini e alla precarietà economica, di forme di solidarietà femminile. Le testimonianze raccolte da Pitrè, da De Martino e da molti altri ricercatori restano un patrimonio prezioso della memoria del Mezzogiorno e della sua cultura popolare.
