L'occhio di Horus: mito e storia dell'amuleto udjat
L'udjat, l'occhio di Horus ferito e guarito: il mito di Horus e Seth, l'uso negli amuleti e nella mummificazione e la discussa teoria delle frazioni.
L'occhio stilizzato con il segno ricurvo sotto la pupilla, chiamato dagli Egizi wedjat o udjat, è uno degli emblemi più riconoscibili dell'antichità. Il nome significa all'incirca «quello che è integro», «il sano», e già questo dice molto: non si tratta di un occhio qualsiasi, ma di un occhio ferito e poi ricomposto, segno di una totalità ritrovata dopo la perdita.
Il mito dell'occhio ferito
Secondo il mito, nel lungo conflitto con Seth per l'eredità di Osiride, Horus perse un occhio, strappato o danneggiato dal rivale. Le versioni divergono nei dettagli: in alcune è Thoth, dio della sapienza, a ricomporlo; nel racconto del Nuovo Regno noto come Contese di Horus e Seth è Hathor a guarirlo con latte di gazzella. L'occhio restituito fu offerto da Horus al padre Osiride, gesto che lo trasformò nel modello ideale di ogni offerta.
Il motivo combina un occhio umano con i segni del volto di un falco, animale di Horus: la linea verticale e la spirale sotto l'occhio ricordano le macchie del falco pellegrino. L'udjat può essere destro o sinistro, e alcuni testi associano l'uno al sole e l'altro alla luna, anche se la distinzione non è sempre coerente nelle fonti.
Un amuleto per vivi e morti
Gli amuleti a forma di udjat sono tra i più numerosi nei corredi, dalla fine dell'Antico Regno fino all'epoca romana. Si realizzavano in faience, corniola, lapislazzuli, oro e argento; nel Terzo Periodo Intermedio compaiono esemplari elaborati con più occhi affiancati o con figure di divinità. Nella mummificazione una placca con l'udjat poteva essere posta sull'incisione praticata nel fianco sinistro per estrarre gli organi, quasi a sigillare la ferita.
Occhi simili decoravano anche i sarcofagi del Medio Regno, dipinti sul lato rivolto a oriente, perché il defunto, deposto sul fianco, potesse idealmente guardare fuori e assistere al sorgere del sole. Spesso la coppia di occhi era dipinta sopra una falsa porta, il passaggio simbolico tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il motivo ricorre anche sulle stele funerarie, dove gli occhi sormontano le scene di offerta e la figura del defunto.
Le frazioni dell'occhio
Nei manuali moderni si legge spesso che le parti dell'udjat corrispondessero a frazioni usate per misurare i cereali, da un mezzo a un sessantaquattresimo, e che la loro somma incompleta alludesse all'occhio non del tutto guarito. Questa interpretazione, diffusa nel Novecento, è oggi discussa: alcuni studiosi ritengono che i segni delle frazioni avessero un'origine indipendente e che il collegamento con l'occhio sia stato costruito solo in parte o più tardi.
Oltre i confini dell'Egitto
L'udjat fu adottato anche da Fenici e Punici, che lo riprodussero in amuleti di faience, di pasta vitrea e di metallo, deposti nelle tombe da Cartagine alla Sardegna. Comparve inoltre sulle prue delle imbarcazioni e su oggetti di uso quotidiano, segno di una fortuna che superava il contesto religioso originario. Nel Mediterraneo occidentale divenne così uno dei motivi egizi più riconoscibili, accanto allo scarabeo.
La diffusione dell'udjat si spiega con la chiarezza del suo messaggio: ciò che è stato ferito può essere ricomposto. Chi portava l'occhio sano, nella credenza antica, partecipava di quella integrità ritrovata e la sentiva come una difesa contro le forze che minacciavano di spezzare l'ordine del mondo. Ancora oggi, del resto, occhi apotropaici di forme diverse si incontrano in molte regioni del Mediterraneo.
