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Il tyet, nodo di Iside: l'amuleto rosso dell'antico Egitto

Il tyet o nodo di Iside: forma, significato e materiali rossi dell'amuleto, il capitolo 156 del Libro dei Morti e il nodo isiaco in età romana.

Somiglia a un ankh con le braccia ripiegate verso il basso, ma è un'altra cosa. Il tyet, detto anche nodo di Iside, è uno degli amuleti egizi più caratteristici, riconoscibile anche per il colore, che è quasi sempre rosso. Il suo significato originario resta in parte oscuro, ma testi e contesti ne indicano chiaramente il legame con la dea Iside e con la protezione del defunto nel viaggio verso l'aldilà.

Un nodo di stoffa

La forma riproduce probabilmente un nodo di tessuto, simile a quelli con cui si annodavano le vesti e le cinture degli dèi. Il segno è attestato fin dall'Antico Regno e in geroglifico poteva rendere un'idea vicina a quella di «vita» o di «benessere», affine all'ankh. Alcuni studiosi hanno proposto letture diverse, ad esempio un legame con il sangue mestruale o con il parto, ma si tratta di ipotesi che i testi non confermano in modo diretto.

Il sangue di Iside

Il collegamento con Iside diventa esplicito nel capitolo 156 del Libro dei Morti, che associa l'amuleto a un tyet di diaspro rosso e lo chiama «sangue di Iside». La formula invoca la dea e la sua potenza magica a protezione del defunto. Per questa ragione gli amuleti tyet sono di solito in corniola, diaspro rosso, vetro rosso o faience di tonalità calde: il colore era parte integrante del significato.

Nelle vignette del Libro dei Morti e nelle mummie di epoca tarda il tyet era collocato sul collo o sul petto. Non di rado compare in coppia con il pilastro djed, così che il defunto riceveva insieme la protezione di Iside e la stabilità di Osiride, la sposa e lo sposo del mito.

Un motivo decorativo

Fuori dall'ambito strettamente funerario il tyet era un motivo decorativo molto usato. Fregi alternati di tyet e djed ornano pareti di templi, cappelle e mobili, come alcuni di quelli rinvenuti nel corredo di Tutankhamon. Il segno compare anche impugnato da divinità, analogamente all'ankh, e su pendenti indossati in vita, segno che la sua forza non era riservata soltanto ai morti. Anche alcuni sarcofagi del Nuovo Regno recano il tyet dipinto ai lati, in posizione simmetrica rispetto al djed.

Iside oltre l'Egitto

Quando il culto di Iside si diffuse nel mondo greco e romano, a partire dall'età ellenistica, le statue della dea iniziarono a mostrare un nodo sul petto che lega il mantello frangiato. Questo «nodo isiaco» è considerato da molti studiosi una rielaborazione del tyet, anche se la continuità diretta non è del tutto sicura. Sacerdotesse e devote raffigurate nei rilievi funerari romani portano lo stesso nodo come segno di appartenenza al culto.

Il tyet mostra quanto il significato di un amuleto egizio dipendesse dall'insieme di forma, materiale e colore. Un nodo di stoffa tradotto in pietra rossa diventava il sangue di una dea, e quel sangue, nella credenza antica, poteva accompagnare e difendere chi lo portava lungo il cammino che conduceva al regno di Osiride.