Il pilastro djed: stabilità e rinascita nel culto di Osiride
Il djed egizio, segno della stabilità: origini discusse, legame con Ptah e Osiride, la cerimonia dell'erezione del pilastro e l'amuleto d'oro.
Il pilastro djed ha l'aspetto di una colonna con quattro ripiani sovrapposti nella parte alta. In geroglifico il segno esprime l'idea di «stabilità» e di «durata», e la sua storia mostra bene come un simbolo potesse cambiare significato senza perdere forza. Nato forse come oggetto di culto legato all'agricoltura o all'architettura, finì per rappresentare la colonna vertebrale di Osiride, il dio morto e rinato.
Origini discusse
Sull'aspetto originario del djed non c'è accordo. È stato interpretato come un fascio di steli legati, come un palo su cui si appendevano covoni di grano, o come un albero sfrondato. Già nell'Antico Regno era associato a Ptah, il dio creatore di Menfi, che in alcune formule è chiamato «djed venerabile». Il nome della città del Delta Djedu, che i Greci chiamarono Busiris, sembra legato allo stesso termine, e lì il culto di Osiride assunse un ruolo centrale.
La colonna vertebrale di Osiride
Con la crescita del culto osiriaco il djed fu letto come la spina dorsale del dio ucciso da Seth e poi ricomposto. Il segno diventava così l'immagine della rinascita: ciò che era stato abbattuto torna in piedi. Nelle pitture compare talvolta con occhi, braccia, scettri e la corona di Osiride, quasi trasformato in una figura del dio stesso.
Una cerimonia chiamata «erezione del djed» era celebrata a Menfi e in altri centri. Nella tomba tebana di Kheruef, funzionario di Amenhotep III, un rilievo mostra il re che solleva il pilastro con l'aiuto di funi in occasione del suo giubileo, la festa sed. Il gesto simboleggiava la vittoria dell'ordine sul disordine e la stabilità della monarchia. Nello stesso rilievo compaiono danzatrici, musici e la regina Tiye, a conferma del carattere pubblico e festoso del rito.
L'amuleto nel Libro dei Morti
Come amuleto il djed si diffonde soprattutto dal Nuovo Regno. Il capitolo 155 del Libro dei Morti è dedicato a un djed d'oro destinato al collo del defunto, e le vignette lo mostrano accanto al testo. Gli esemplari conservati sono in faience azzurra o verde, in lapislazzuli, in oro o in legno dorato. Nelle mummie di epoca tarda si trovano spesso all'altezza del collo o della parte superiore del torace. Molti recano un piccolo anello di sospensione sul retro, segno che erano infilati in collane o cuciti tra le bende.
Un fregio di stabilità
Il djed compare spesso accanto al nodo tyet, emblema di Iside, nei fregi alternati che decorano templi, sarcofagi, cappelle e mobili. La coppia univa la stabilità osiriaca e la protezione isiaca, e la ripetizione del motivo lungo una parete o la base di un oggetto aveva un valore che andava oltre la decorazione: era un augurio continuo, scritto con le immagini.
Ancora oggi il pilastro, meno noto dell'ankh, è uno dei segni più precisi per capire come gli Egizi pensassero la durata. Non come immobilità, ma come capacità di rialzarsi dopo la caduta, sul modello di Osiride. Portare un djed significava affidarsi a questa promessa di continuità, nella vita e soprattutto nel passaggio verso l'aldilà.
