Lo scarabeo egizio: l'amuleto del sole che rinasce
Lo scarabeo nell'antico Egitto: il dio Khepri, il simbolo della rinascita, sigilli e scarabei del cuore, gli scarabei di Amenofi III e quelli etruschi.
Pochi animali hanno avuto un ruolo simbolico tanto importante quanto lo scarabeo stercorario nell'antico Egitto. Osservando questo piccolo coleottero che spinge una pallina di sterco sul terreno, gli Egizi vi videro un'immagine del sole che attraversa il cielo e rinasce ogni mattina. Lo scarabeo divenne così uno degli amuleti più diffusi del mondo antico, prodotto in un numero enorme di esemplari e portato da faraoni, funzionari e gente comune.
Khepri, il sole del mattino
In egiziano lo scarabeo si chiamava kheper, parola legata al verbo che significa «venire all'esistenza» o «trasformarsi». Da qui prese nome Khepri, il dio del sole nascente, raffigurato come uno scarabeo o come un uomo con uno scarabeo al posto della testa. Come l'insetto spinge la sua pallina, così Khepri avrebbe spinto il disco solare oltre l'orizzonte all'alba, rinnovando ogni giorno la creazione del mondo.
Gli Egizi avevano notato anche che dalle palline di sterco, in cui la femmina depone le uova, emergevano nuovi scarabei. A un osservatore antico sembrava che l'insetto nascesse da sé, senza bisogno di genitori. Questa apparente autogenerazione rafforzò il legame dello scarabeo con l'idea di rinascita e di vita oltre la morte, temi centrali nella religione egiziana.
Sigilli, gioielli e scarabei del cuore
Gli amuleti a forma di scarabeo si diffusero soprattutto a partire dal Medio Regno, all'inizio del II millennio a.C. Erano realizzati in steatite smaltata, faience, pietre dure e metalli preziosi. La parte inferiore, piatta, veniva spesso incisa con nomi, titoli, motivi decorativi o formule augurali, e molti scarabei servivano anche da sigilli per chiudere documenti e contenitori. Venivano portati come anelli o pendenti, oppure inseriti in collane e braccialetti.
Un tipo particolare era lo scarabeo del cuore, posto sul petto della mummia. Su di esso si incideva un capitolo del Libro dei morti, il trentesimo, in cui il defunto chiedeva al proprio cuore di non testimoniare contro di lui durante il giudizio davanti a Osiride. Al tempo di Amenofi III, nel XIV secolo a.C., furono prodotti anche grandi scarabei commemorativi che celebravano eventi del regno, come il matrimonio con la regina Tiye e le cacce reali ai leoni.
Lo scarabeo nel Mediterraneo
Il successo dello scarabeo superò i confini dell'Egitto. Fenici e Cartaginesi ne produssero versioni proprie e le diffusero con i loro commerci lungo le coste del Mediterraneo, dalla Sardegna alla Spagna. Gli Etruschi, tra il VI e il IV secolo a.C., realizzarono scarabei in corniola e agata incisi con scene della mitologia greca, considerati tra i capolavori della glittica antica, e molti di essi sono oggi conservati nei musei italiani e stranieri.
Nel corso dei secoli lo scarabeo ha conservato intatto il suo fascino, fino alla moda egittizzante dell'Ottocento e del Novecento, alimentata dalle grandi scoperte archeologiche come quella della tomba di Tutankhamon nel 1922. Dietro il gioiello resta l'intuizione degli antichi osservatori del Nilo: in un piccolo insetto che lavora nella polvere si poteva riconoscere il movimento del sole e la promessa di un nuovo inizio.
