La bulla romana: l'amuleto d'oro che proteggeva i bambini liberi
La bulla dei bambini romani: origini etrusche secondo Macrobio, materiali e status sociale, il fascinum, la toga virile e la dedica ai Lari domestici.
Nell'antica Roma i bambini nati liberi portavano al collo un piccolo contenitore rotondo chiamato bulla. Al suo interno erano custoditi amuleti protettivi, e l'oggetto stesso era un segno di status: indicava che chi lo portava era figlio di cittadini e non uno schiavo. La bulla accompagnava il ragazzo per tutta l'infanzia e veniva deposta solo al momento dell'ingresso nell'età adulta, con una cerimonia che coinvolgeva l'intera famiglia.
Un'eredità etrusca
Gli autori latini attribuivano l'origine della bulla agli Etruschi. Macrobio, nei Saturnali, raccoglie varie tradizioni sulla sua introduzione a Roma, legandola tra l'altro al re Tarquinio Prisco, che l'avrebbe donata al figlio come premio per il valore dimostrato in battaglia ancora fanciullo. Al di là delle leggende, gli scavi in Etruria hanno restituito bullae d'oro finemente lavorate, indossate anche da adulti, uomini e donne, come gioielli e amuleti.
A Roma la forma più preziosa, in oro, era riservata ai figli delle famiglie più ricche, mentre gli altri portavano bullae di bronzo o di cuoio. Secondo alcune fonti, ai figli delle famiglie più povere bastava un semplice nodo di cuoio legato al collo. La differenza di materiale rifletteva dunque la gerarchia sociale della città, ma il significato dell'oggetto restava lo stesso per tutti: la libertà di nascita e la protezione degli dèi.
Che cosa conteneva
Il contenuto della bulla non è sempre noto, ma le fonti antiche e i ritrovamenti suggeriscono che vi si custodissero piccoli oggetti considerati protettivi. Tra questi poteva esserci il fascinum, l'amuleto fallico che a Roma serviva a respingere il malocchio e l'invidia. I bambini erano ritenuti particolarmente vulnerabili allo sguardo maligno, e la bulla rappresentava una difesa costante portata sul petto, vicina al cuore, giorno e notte.
Il passaggio all'età adulta
Intorno ai quindici o sedici anni, spesso durante la festa dei Liberalia del 17 marzo, il ragazzo deponeva la toga praetexta, bordata di porpora, e indossava la toga virile, interamente bianca. In quell'occasione la bulla veniva dedicata ai Lari, le divinità protettrici della casa, e appesa presso il loro altare domestico, il larario. Il gesto chiudeva simbolicamente l'infanzia e affidava il giovane alla comunità dei cittadini adulti.
Le ragazze non portavano la bulla; le fonti ricordano per loro un ornamento a forma di mezzaluna, la lunula, legato alla protezione della fanciullezza. Anche la bulla, del resto, poteva tornare in uso in età adulta in circostanze eccezionali: Macrobio ricorda che i generali vittoriosi, durante il trionfo, portavano una bulla d'oro come difesa contro l'invidia che la loro gloria poteva suscitare.
La bulla racconta un aspetto della religiosità romana spesso trascurato: la cura quotidiana per i più piccoli e il bisogno di proteggerli dai pericoli invisibili. Era insieme un amuleto e un documento d'identità, un gioiello e un segno di appartenenza alla città. Nei musei archeologici italiani se ne conservano splendidi esemplari, etruschi e romani, che permettono di immaginare il collo di un bambino di duemila anni fa e le speranze dei suoi genitori.
