L'acchiappasogni ojibwe: la rete della Donna Ragno e i suoi viaggi
Le vere origini dell'acchiappasogni: la cultura ojibwe dei Grandi Laghi, la leggenda di Asibikaashi, le descrizioni di Frances Densmore e la diffusione moderna.
Un cerchio di legno flessibile, una rete sottile che ricorda una tela di ragno, qualche piuma che pende in basso: l'acchiappasogni è oggi uno degli oggetti più riconoscibili associati ai popoli nativi del Nord America. La sua origine, però, è precisa. Viene dalla cultura ojibwe, o anishinaabe, diffusa intorno ai Grandi Laghi, in un vasto territorio che si estende tra gli attuali Stati Uniti e Canada.
Asibikaashi, la Donna Ragno
Nella lingua ojibwe il ragno si chiama asabikeshiinh, e a questa creatura è legata la storia dell'oggetto. La tradizione orale racconta di Asibikaashi, la Donna Ragno, che si prendeva cura dei bambini e delle persone del popolo. Quando gli Anishinaabe si dispersero su un territorio sempre più ampio, la Donna Ragno non riusciva più a raggiungere tutte le culle; allora le madri e le nonne avrebbero iniziato a intrecciare reti simili alla sua tela per proteggere i piccoli al suo posto.
Secondo le spiegazioni tradizionali, la rete trattiene i sogni cattivi e gli influssi negativi, mentre quelli buoni trovano la strada attraverso il centro e scivolano verso chi dorme. Gli acchiappasogni antichi erano piccoli, fatti di salice o di altro legno flessibile e di fibre vegetali o tendini, e venivano appesi alle culle e ai portabambini. Non erano pensati per durare per sempre: con il tempo il legno si seccava e la rete si allentava, come a seguire la crescita del bambino.
Le prime testimonianze scritte
Una delle descrizioni più note si trova negli studi dell'etnologa americana Frances Densmore, che documentò a lungo la cultura ojibwe e pubblicò nel 1929 il volume Chippewa Customs. Densmore descrive reti simili a tele di ragno appese ai portabambini, ritenute capaci di catturare ciò che di dannoso poteva trovarsi nell'aria, come una tela trattiene ciò che la tocca. Chippewa è il nome con cui gli Ojibwe erano spesso designati nei documenti ufficiali statunitensi.
Da simbolo locale a icona globale
Tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, nell'ambito dei movimenti che rivendicavano un'identità comune dei popoli nativi, l'acchiappasogni fu adottato anche da nazioni diverse dagli Ojibwe e divenne un simbolo panindiano. Negli stessi decenni la cultura New Age e il mercato dei souvenir lo trasformarono in oggetto decorativo, spesso di grandi dimensioni e ornato di perline, piume colorate e materiali sintetici molto lontani dagli originali.
Questa diffusione ha suscitato reazioni contrastanti. Molti artigiani nativi continuano a realizzarlo con orgoglio e a venderlo come espressione della propria cultura, mentre altri lamentano che le copie industriali, prodotte senza alcun legame con le comunità d'origine, svuotino l'oggetto del suo significato. Il dibattito sull'appropriazione culturale ha reso più evidente l'importanza di conoscerne la provenienza e di sostenere chi ne custodisce la tradizione.
Guardare un acchiappasogni con occhi informati significa riconoscere, dietro l'oggetto di moda, una storia familiare fatta di culle, nonne e racconti tramandati a voce. È un portafortuna nato per i bambini, legato a un popolo e a un paesaggio precisi, quello dei laghi e delle foreste del Nord. Ricordarne l'origine ojibwe è il modo più semplice per rispettarne il valore e per non ridurlo a un semplice ornamento esotico.
