L'oro incorruttibile: dalla bulla romana alle lamine orfiche
L'oro come carne degli dèi in Egitto, bulla dei fanciulli romani e lamine iscritte degli iniziati: il metallo del Sole nelle tradizioni antiche.
L'oro non si ossida, non si annerisce e non viene intaccato dalla maggior parte degli acidi. Per le civiltà antiche questa resistenza al tempo era un segno di natura divina: il metallo che non muore poteva proteggere ciò che è fragile e accompagnare chi passa nell'aldilà. Associato al Sole in quasi tutte le tradizioni, l'oro fu usato per amuleti, sigilli e maschere funerarie, e la sua storia simbolica è inseparabile da quella del potere e del sacro.
La carne degli dèi
Nell'antico Egitto si diceva che la carne degli dèi fosse d'oro, e il metallo era legato al dio solare Ra. Per questo le maschere e i sarcofagi dei sovrani ne facevano largo uso: la maschera funeraria di Tutankhamon, rinvenuta nella tomba scoperta da Howard Carter nel 1922 e oggi al Cairo, ne è l'esempio più famoso. Rivestire il volto del re d'oro significava trasformarlo in un essere imperituro, simile alle divinità.
Pindaro apre la prima Olimpica affermando che l'oro risplende come fuoco ardente nella notte. Il verso riassume una percezione comune a molti popoli antichi: l'oro come luce materiale, frammento del sole nel mondo degli uomini, degno di essere offerto agli dèi e di accompagnare i re nella tomba. Nella stessa ode il poeta lo accosta al sole, l'astro che nessun altro supera in splendore.
La bulla dei fanciulli romani
A Roma i ragazzi nati liberi portavano al collo la bulla, una piccola capsula rotonda che conteneva sostanze ritenute protettive. Per i figli delle famiglie più ricche era d'oro, per gli altri di cuoio. L'usanza, che fonti antiche come Macrobio fanno risalire agli Etruschi, durava fino al giorno in cui il giovane assumeva la toga virile; allora la bulla veniva deposta e consacrata ai Lari, i protettori della casa.
Plinio il Vecchio, nel trentatreesimo libro della Naturalis historia dedicato ai metalli, discute a lungo dell'oro e della sua storia, criticando con severità l'avidità che esso suscita negli uomini. Riferisce anche alcune credenze sul suo uso come amuleto, presentandole come opinioni correnti più che come verità accertate. Il suo giudizio morale sull'oro, metallo che corrompe chi lo desidera, convive così con la registrazione paziente delle credenze popolari.
Le lamine d'oro degli iniziati
Tra le testimonianze più suggestive vi sono le lamine d'oro iscritte trovate in tombe dell'Italia meridionale, della Grecia e di Creta, databili per lo più tra il V e il III secolo a.C. Quella di Hipponion, l'odierna Vibo Valentia, e quelle di Thurii offrono al defunto indicazioni per orientarsi nell'aldilà: evitare una fonte, bere a un'altra, dichiararsi figlio della Terra e del Cielo stellato. Gli studiosi le collegano a culti misterici di tipo orfico o bacchico.
La scelta del metallo non era casuale. Una parola affidata all'oro restava leggibile per sempre, come se la promessa di salvezza condividesse l'incorruttibilità del supporto. Le lamine, ripiegate e deposte accanto al corpo o sul petto, erano insieme documento religioso e talismano per l'ultimo viaggio. Alcune erano conservate in piccoli astucci appesi al collo, proprio come gli amuleti dei vivi.
Dall'Egitto alla Magna Grecia, l'oro protettivo non era soltanto un segno di ricchezza. Era la materia scelta per ciò che doveva durare oltre il tempo umano: il volto del re, l'infanzia del cittadino, il viaggio dell'anima. Gli alchimisti medievali avrebbero poi fatto dell'oro il simbolo della perfezione da raggiungere, ma già le civiltà antiche vi avevano letto un'immagine dell'immortalità.
