Granato e carbonchio: le pietre rosse che brillano come braci
Il carbonchio di Teofrasto e Plinio, la pietra luminosa dell'arca di Noè e i granati di Sutton Hoo: storia delle gemme rosse ritenute protettive.
Nell'antichità e nel Medioevo non esisteva una distinzione precisa tra le diverse pietre rosse. Granati, rubini e spinelli venivano spesso indicati con lo stesso nome: anthrax in greco, carbunculus in latino, cioè piccolo carbone acceso. L'idea era che queste gemme contenessero un fuoco interiore, capace di brillare anche al buio. Da questa immagine nacquero credenze protettive e leggende di pietre luminose che hanno attraversato le culture del Mediterraneo e dell'Europa settentrionale.
Il carbonchio di Teofrasto e Plinio
Teofrasto descrive l'anthrax come una pietra rossa che, posta contro il sole, assume il colore di un carbone ardente, e ricorda che se ne ricavavano sigilli di grande valore. Plinio il Vecchio, nel trentasettesimo libro della Naturalis historia, distingue diverse varietà di carbunculus secondo la provenienza, tra cui l'India, l'Etiopia e la regione di Cartagine, e secondo il colore, chiamando maschili le più vivide e femminili quelle dalla luce più tenue.
Il nome granato si affermò più tardi, nel latino medievale, e viene generalmente collegato al melograno, malum granatum, per la somiglianza tra i piccoli cristalli rossi e i semi del frutto. Alberto Magno, nel De mineralibus, tratta separatamente il granatus e il carbunculus, attribuendo a quest'ultimo la luce più intensa tra tutte le pietre e la capacità, secondo la tradizione, di risplendere nelle tenebre.
La pietra luminosa dell'arca
La credenza nelle gemme che illuminano il buio si ritrova anche nella tradizione ebraica. Nel libro della Genesi Dio ordina a Noè di fare uno tsohar nell'arca, parola che di solito si traduce finestra o apertura. Alcuni commenti rabbinici antichi la interpretarono invece come una pietra preziosa luminosa, appesa nell'arca per rischiarare il viaggio durante il diluvio. Il racconto ebbe una lunga fortuna e contribuì alla fama del carbonchio come pietra che brilla nella notte.
I granati dei guerrieri altomedievali
Tra il V e il VII secolo i granati, importati in gran parte dall'India e dallo Sri Lanka, divennero il materiale caratteristico dell'oreficeria dei popoli germanici. La tecnica a cloisonné prevedeva di incastonare sottili lamine di granato in alveoli d'oro, ottenendo superfici rosse e luminose. Il corredo della nave sepolcrale di Sutton Hoo, in Inghilterra, scavata nel 1939, comprende fibbie e fermagli di questo tipo, oggi al British Museum.
Questi gioielli erano insieme segni di prestigio e, con ogni probabilità, oggetti carichi di valore protettivo, anche se le fonti scritte del tempo dicono poco sul loro significato preciso. Il rosso, colore del sangue e del fuoco, si adattava bene all'immagine del guerriero e del capo, e la luce che le lamine riflettevano sotto le torce delle sale doveva accrescerne l'effetto.
La storia del granato è dunque intrecciata con quella di un nome, carbonchio, e di un'idea, la pietra che arde. Teofrasto e Plinio ne descrissero l'aspetto, i commentatori rabbinici e i lapidari medievali ne fecero una luce nella tenebra, gli orafi germanici la usarono per le insegne dei loro capi. Le virtù attribuite a queste pietre sono credenze della tradizione, ma il loro fascino visivo spiega bene perché siano durate così a lungo.
