Le immagini astrologiche da Tommaso d'Aquino a Marsilio Ficino
Il dibattito medievale sulle immagini astrologiche: il De imaginibus di Thābit, la condanna di Tommaso, lo Speculum astronomiae e la prudenza di Ficino.
Un'immagine incisa su una pietra può ricevere forza dal cielo? Per i filosofi del Medioevo e del Rinascimento non era una domanda oziosa. Intorno alle immagini astrologiche, cioè le figure di pianeti e costellazioni incise o fuse in momenti scelti, si sviluppò un dibattito durato secoli, che coinvolse teologi, astronomi e umanisti, da Tommaso d'Aquino a Marsilio Ficino, con posizioni molto diverse tra loro.
Le fonti arabe e il problema delle figure
I testi sulle immagini arrivarono in Europa con le traduzioni dall'arabo del XII secolo. Tra i più noti c'era il De imaginibus attribuito a Thābit ibn Qurra, studioso originario di Harran, attivo a Baghdad e morto nel 901, tradotto in latino da Giovanni di Siviglia e, in un'altra versione, da Adelardo di Bath. Il trattato descriveva immagini da realizzare sotto determinate configurazioni celesti per ottenere effetti diversi.
La questione filosofica era se una figura avesse in sé qualche efficacia naturale. Una pietra possedeva virtù proprie, riconosciute dalla lunga tradizione dei lapidari. Ma la forma incisa, il disegno di un leone o di uno scorpione, poteva aggiungere qualcosa a quelle virtù? Su questo punto si divisero le opinioni, con conseguenze importanti sul giudizio morale e religioso riguardo all'uso delle immagini.
Il giudizio di Tommaso e dello Speculum astronomiae
Tommaso d'Aquino affrontò il tema nella Summa contra gentiles. Secondo lui le figure non hanno alcun potere naturale, perché la forma artificiale non cambia la natura del materiale. Se le immagini producono effetti, ciò accade perché i segni e i caratteri incisi funzionano come messaggi rivolti a intelligenze separate, cioè a demoni. Di qui la condanna netta delle immagini accompagnate da iscrizioni e caratteri.
Più sfumata è la posizione dello Speculum astronomiae, un trattato del XIII secolo tradizionalmente attribuito ad Alberto Magno, attribuzione oggi discussa. L'autore distingue tre tipi di immagini: quelle abominevoli, che richiedono suffumigi e invocazioni; quelle detestabili, che usano caratteri e nomi; e infine immagini puramente astronomiche, che si affiderebbero soltanto alla virtù del cielo e che egli considera lecite.
La sintesi prudente di Ficino
Nel 1489 Marsilio Ficino pubblicò a Firenze il De vita libri tres. Il terzo libro, De vita coelitus comparanda, discute ampiamente le immagini, riprendendo Tommaso, Plotino e le fonti arabe. Ficino oscilla tra interesse e cautela: ammette che i materiali e il momento celeste possano avere un ruolo, ma preferisce affidarsi a musica, odori, colori e regime di vita, strumenti a suo dire più sicuri e più conformi alla natura.
Nonostante le precauzioni, il libro suscitò sospetti negli ambienti della curia romana. Ficino rispose con un'apologia, sottolineando di aver solo riferito opinioni altrui e di sottomettere tutto al giudizio della Chiesa. Il caso mostra quanto fosse sottile il confine tra filosofia naturale e pratica proibita, e quanto gli umanisti dovessero muoversi con abilità tra curiosità intellettuale e ortodossia.
Il dibattito sulle immagini astrologiche è uno dei capitoli più interessanti della storia intellettuale europea. Vi si discute del rapporto tra forma e materia, tra segno e significato, tra scienza della natura e religione. Le risposte di Tommaso, dello Speculum e di Ficino mostrano tre atteggiamenti diversi, che continuarono a confrontarsi fino alla rivoluzione scientifica e alla nascita di una nuova idea di natura.
