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Il mosaico di Antiochia e gli occhi apotropaici dell'arte antica

Dal mosaico della Casa del Malocchio di Antiochia alle coppe attiche con grandi occhi: come l'arte antica raffigurava e combatteva lo sguardo nocivo.

Tra le immagini più eloquenti che l'antichità ci abbia lasciato sul malocchio c'è un mosaico rinvenuto ad Antiochia sull'Oronte, l'odierna Antakya, in Turchia. Proviene da un edificio che gli archeologi hanno chiamato proprio Casa del Malocchio e viene datato al II secolo d.C. Oggi è conservato nel museo archeologico di Hatay. Non è un amuleto da portare addosso, ma un pavimento d'ingresso: chi entrava camminava sopra una scena che mostrava l'occhio maligno sconfitto.

Un occhio sotto assedio

Al centro del mosaico campeggia un grande occhio aperto. Tutto intorno, una schiera di aggressori lo colpisce: un tridente e una spada lo trafiggono, un corvo lo becca, e lo attaccano animali come un cane, un serpente e uno scorpione. Accanto compare una figuretta grottesca dal fallo smisurato, secondo uno schema già noto nel mondo romano. Il messaggio è chiaro anche a chi non conosce il contesto: l'occhio invidioso viene ferito, morso, avvelenato e deriso.

Il mosaico reca anche un'iscrizione greca brevissima, KAI SY, cioè «anche tu». La formula, attestata in altri contesti antichi, viene interpretata come una risposta rivolta all'invidioso: qualunque male tu mi auguri, torni su di te. Era dunque una protezione che parlava a chi varcava la soglia, con un'arguzia capace di unire scongiuro e ironia, tipica del gusto ellenistico e romano.

Coppe con gli occhi

Molto prima, nell'Atene del VI secolo a.C., i ceramisti decoravano le coppe da vino con grandi occhi dipinti all'esterno. Sono le cosiddette coppe a occhioni, diffuse soprattutto nella seconda metà del secolo. Una delle più celebri è la coppa di Exekias conservata a Monaco di Baviera, con Dioniso sulla nave all'interno e due enormi occhi sul lato esterno. Quando il bevitore sollevava la coppa, gli occhi si presentavano agli altri convitati come una maschera.

Il significato di questi occhi è discusso. Molti studiosi vi hanno visto una funzione apotropaica, una difesa contro lo sguardo nocivo durante il simposio; altri preferiscono leggerli come un gioco visivo, una maschera dionisiaca o un richiamo agli occhi dipinti sulle prue delle navi. Le diverse interpretazioni non si escludono del tutto, e ricordano che nell'antichità l'occhio era insieme ciò che minaccia e ciò che vigila.

Gli occhi delle navi

L'uso di dipingere occhi sulle prue delle imbarcazioni è attestato nella ceramica greca e in altre aree del Mediterraneo. Gli occhi permettevano simbolicamente alla nave di vedere la rotta e di tenere lontani i pericoli. L'abitudine è sopravvissuta fino a oggi in alcuni porti: a Malta, ad esempio, le tradizionali barche da pesca chiamate luzzu portano ancora sulla prua due occhi dipinti, che la tradizione locale fa risalire ai navigatori fenici.

Il mosaico di Antiochia, le coppe attiche e le prue dipinte mostrano due strategie opposte e complementari. Da un lato si raffigura l'occhio nemico per distruggerlo simbolicamente, dall'altro si oppone allo sguardo pericoloso un altro occhio, vigile e protettivo. Sono le stesse logiche che, molti secoli dopo, ritroveremo nel nazar di vetro blu e negli occhi dipinti di tante tradizioni popolari del Mediterraneo e del Vicino Oriente.