Astucci portamuleti fenici e punici: scrigni d'oro per immagini sacre
Gli astucci portamuleti fenici e punici in oro e argento: forma, lamine con figure egittizzanti, ritrovamenti di Cartagine e Tharros, il segno di Tanit.
Tra gli amuleti più raffinati del mondo fenicio e punico vi sono piccoli cilindri cavi in oro, argento o bronzo, chiusi in alto da un coperchio a forma di testa animale. Al loro interno gli archeologi hanno trovato talvolta sottili lamine metalliche arrotolate, incise con figure divine. Questi astucci, appesi al collo, univano il valore del gioiello a quello di un'immagine nascosta, e rappresentano una delle creazioni più originali dell'oreficeria punica.
Forma e materiali
Gli astucci misurano in genere pochi centimetri. Il coperchio riproduce spesso la testa di un leone, di un falco o di una divinità con testa leonina, come la dea egizia Sekhmet, mentre l'estremità opposta è chiusa da un fondo piatto o arrotondato. Un anello di sospensione permetteva di portarli con una catenella o un cordone. Esemplari sono stati rinvenuti nelle necropoli di Cartagine e della Sardegna, in particolare a Tharros, e risalgono soprattutto al VII e al VI secolo a.C. Alcuni esemplari in oro sono decorati con granulazione e filigrana, tecniche in cui gli orafi fenici eccellevano.
Le lamine nascoste
Le lamine contenute negli astucci, quando conservate, recano file di figure di ispirazione egizia: divinità con teste animali, occhi udjat, urei, scarabei alati, dischi solari. Alcune presentano brevi iscrizioni in fenicio. Il fatto che fossero arrotolate e chiuse rivela un aspetto importante della mentalità antica: la protezione non dipendeva dalla possibilità di vedere le immagini, ma dalla loro presenza a contatto con il corpo, custodite in un involucro prezioso.
Lo stesso principio, l'efficacia di un testo o di un'immagine racchiusi, si ritrova in molte tradizioni del Mediterraneo: dai rotoli d'argento di Gerusalemme alle laminette greche, fino agli amuleti scritti di epoca romana e bizantina. Gli astucci punici sono una delle testimonianze più antiche e più eleganti di questa idea. Non è escluso che anche le lamine puniche fossero accompagnate, al momento della chiusura, da parole o gesti di consacrazione che non conosciamo.
L'influenza egizia
La cultura fenicia assorbì moltissimo dall'Egitto, con cui le città costiere del Levante, come Biblo, Tiro e Sidone, intrattenevano rapporti da secoli. Gli amuleti in faience con Bes, Ptah, Iside e l'occhio udjat erano comuni nelle tombe puniche, alcuni importati, altri prodotti localmente. Gli astucci rappresentano una rielaborazione originale: il repertorio delle immagini è egizio, ma la forma dell'oggetto e la sua funzione sono tipiche del mondo fenicio e punico.
Il segno di Tanit
Accanto ai motivi egizi, l'arte punica sviluppò un simbolo proprio, il cosiddetto segno di Tanit: un triangolo sormontato da una barra orizzontale e da un disco, simile a una figura stilizzata con le braccia aperte. Compare sulle stele dei santuari detti tofet, su ceramiche, pavimenti e gioielli. Il suo significato preciso è discusso, ma il nome moderno lo collega alla dea Tanit, principale divinità femminile di Cartagine, venerata insieme a Baal Hammon.
Gli astucci portamuleti mostrano come un popolo di mercanti e navigatori sapesse trasformare influenze straniere in oggetti nuovi. Erano piccoli scrigni portatili, che custodivano immagini sacre e accompagnavano chi li indossava lungo le rotte del Mediterraneo, dalla costa del Libano alle isole dell'Occidente, e infine nella sepoltura. Pochi oggetti raccontano altrettanto bene l'incontro tra culture che caratterizzò il Mediterraneo dell'età del ferro.
