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Giada: la pietra delle virtù dalla Cina alla Mesoamerica

Nefrite e giadeite tra i dischi bi cinesi, le vesti funebri degli Han, le maschere maya e il nome spagnolo piedra de ijada: storia della giada.

Con il nome di giada si indicano in realtà due minerali diversi, la nefrite e la giadeite, distinti solo nel 1863 dal mineralogista francese Augustin Alexis Damour. Entrambi sono duri, compatti e difficili da lavorare, e proprio questa resistenza li ha resi, in culture lontanissime fra loro, simbolo di durata, nobiltà e protezione. La Cina, la Mesoamerica e la Nuova Zelanda hanno sviluppato tradizioni indipendenti, accomunate dall'idea che la giada custodisca qualcosa di prezioso e duraturo.

Lo yu cinese e le cinque virtù

In Cina la giada, chiamata yu, era lavorata già nel Neolitico: le culture di Hongshan e di Liangzhu produssero dischi bi e tubi cong di straordinaria precisione, il cui significato rituale resta in parte discusso. In età storica la pietra divenne emblema del sovrano e del gentiluomo. Il dizionario Shuowen jiezi di Xu Shen, compilato intorno al 100 d.C., la definisce come la più bella delle pietre e le attribuisce cinque virtù, tra cui la benevolenza, la rettitudine e il coraggio.

Nei testi rituali della tradizione confuciana le qualità della giada sono paragonate a quelle dell'uomo virtuoso: la durezza alla fermezza, la lucentezza alla sincerità, il suono limpido alla parola giusta. Il pendente di giada portato alla cintura era insieme ornamento, segno di rango e richiamo costante alla condotta corretta, perché il suono delle sue parti accompagnava il passo misurato di chi lo indossava.

Le vesti di giada degli Han

La credenza più spettacolare riguarda la conservazione del corpo. Durante la dinastia Han alcuni principi furono sepolti in vesti composte da migliaia di placchette di giada cucite con filo d'oro. Le più celebri, appartenenti al principe Liu Sheng e alla consorte Dou Wan, furono scoperte nel 1968 a Mancheng, nella provincia dello Hebei. Si riteneva che la giada potesse preservare il defunto dalla corruzione; gli scavi hanno mostrato che i corpi, in realtà, non si erano conservati.

Chalchihuitl e piedra de ijada

In Mesoamerica la giadeite era più preziosa dell'oro. Olmechi, Maya e poi Aztechi la associavano all'acqua, al mais e al soffio vitale; i Maya ponevano talvolta una perla di giada nella bocca dei defunti, e la maschera funeraria del re Pakal di Palenque è un mosaico di tessere verdi. Gli Aztechi chiamavano chalchihuitl le pietre verdi più pregiate, e i cronisti spagnoli riferiscono quanto fossero stimate dai sovrani.

Furono proprio gli Spagnoli a dare il nome europeo: piedra de ijada, cioè pietra del fianco, perché le popolazioni locali la ritenevano utile contro i dolori lombari. Da questa credenza derivano anche il latino lapis nephriticus e il termine nefrite. In Nuova Zelanda, invece, i Maori lavorano la nefrite, detta pounamu, per ricavarne pendenti come l'hei-tiki, tramandati di generazione in generazione come oggetti di famiglia.

La giada insegna che l'idea di protezione può nascere da qualità materiali molto concrete: durezza, peso, freddezza al tatto, lucentezza che non svanisce. Le culture che l'hanno venerata non comunicavano tra loro, eppure vi hanno riconosciuto un materiale adatto a esprimere ciò che deve durare: la virtù, il potere, il ricordo dei morti. Le virtù curative che le furono attribuite appartengono alla storia delle credenze e dei nomi, non alla medicina.