Ankh, il segno egizio della vita: storia di un simbolo
L'ankh nell'antico Egitto: origine del geroglifico della vita, uso nei rilievi, oggetti a forma di ankh e la sua eredità come crux ansata copta.
Tra i segni dell'antico Egitto nessuno è sopravvissuto con tanta fortuna quanto l'ankh, la croce sormontata da un anello che oggi compare su gioielli, copertine e tatuaggi. Nella scrittura geroglifica il segno trascriveva la parola che significa «vita» e, insieme al verbo «vivere», entrava in formule augurali, nomi propri e titoli regali. Per comprenderne il valore amuletico occorre però partire dal suo uso nella lingua e nelle immagini, prima ancora che negli oggetti indossati.
Un segno di origine incerta
L'origine della forma è discussa. L'egittologo britannico Alan Gardiner, nella sua classificazione dei geroglifici, la collocò tra gli elementi dell'abbigliamento interpretandola come un laccio di sandalo, ipotesi che molti accolgono ma che non è dimostrata. Altri studiosi hanno proposto un nodo rituale o un oggetto simbolico più astratto. Ciò che è certo è che il segno appare già in età protodinastica e che il suo significato, legato alla vita in senso pieno, resta stabile per circa tremila anni.
La vita offerta dagli dèi
Nei rilievi templari e nelle pitture tombali le divinità tengono l'ankh per l'ansa o lo avvicinano al naso del sovrano, gesto che esprime il dono del soffio vitale. Il re, a sua volta, è spesso definito «dotato di vita», formula che accompagna molti cartigli. Nel periodo di Amarna, sotto Akhenaton, i raggi del disco solare Aton terminano con piccole mani che porgono l'ankh alla famiglia reale, immagine eloquente di una vita che discende direttamente dal sole.
Il segno compare anche in combinazione con altri emblemi, come il pilastro djed e lo scettro uas, a formare vere frasi visive di augurio: vita, stabilità e potere. Questi gruppi decoravano architravi, mobili e oggetti di corredo, dove la ripetizione del motivo aveva un valore insieme ornamentale e protettivo. Lo stesso trio ricorre nelle titolature reali e nelle iscrizioni dedicatorie dei templi.
Dal geroglifico all'oggetto
Come amuleto vero e proprio l'ankh è meno frequente di quanto si immagini: lo scarabeo e l'occhio udjat sono molto più comuni nei corredi. Esistono tuttavia pendenti in faience, oro e pietre dure, e soprattutto oggetti che ne riprendono la forma. Dalla tomba di Tutankhamon proviene una custodia per specchio sagomata ad ankh, gioco di parole voluto, perché in egiziano lo specchio poteva essere designato con lo stesso termine. Nelle tombe, poi, il segno accompagna spesso le formule che augurano al defunto di respirare e vivere per sempre.
Un'eredità cristiana e moderna
Dopo la cristianizzazione dell'Egitto, i copti adottarono il segno come crux ansata, la croce con l'ansa, vedendo nella vita evocata dagli antichi simboli una prefigurazione della vita eterna annunciata dal Vangelo. L'ankh compare così su stele funerarie e tessuti copti dei primi secoli dell'era cristiana. In età moderna il simbolo è stato ripreso dall'egittomania ottocentesca e poi dalla cultura popolare del Novecento, spesso separato dal contesto originario.
Leggere l'ankh come semplice portafortuna significa quindi impoverirlo. Per gli Egizi era una parola prima che un'immagine, e una parola che indicava qualcosa di concreto: il respiro, il nutrimento, la continuità dell'esistenza oltre la morte. Portarlo con sé voleva dire avere sotto gli occhi, in forma visibile, l'augurio più semplice e più ampio che quella civiltà conoscesse.
