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Alberto Magno e il De mineralibus: le pietre tra scienza e virtù

Il De mineralibus di Alberto Magno: il lapidario alfabetico, la teoria delle virtù, le visite alle miniere e i falsi libri dei segreti a lui attribuiti.

Nel XIII secolo lo studio delle pietre fece un passo importante grazie a un frate domenicano che volle conciliare la filosofia di Aristotele con la tradizione dei lapidari. Alberto Magno, nato a Lauingen, in Svevia, intorno al 1200 e morto a Colonia nel 1280, fu teologo, filosofo e naturalista, maestro di Tommaso d'Aquino. Il suo De mineralibus, in cinque libri, è uno dei trattati più ambiziosi del Medioevo sul mondo minerale.

Un domenicano curioso

Alberto insegnò a Parigi e a Colonia, fu priore provinciale dell'ordine domenicano in Germania e, tra il 1260 e il 1262, vescovo di Ratisbona. Viaggiò molto, spesso a piedi come imponeva la regola, e nei suoi scritti racconta di aver visitato miniere e di aver interrogato minatori e artigiani sui metodi di lavorazione dei metalli. Fu canonizzato e proclamato dottore della Chiesa nel 1931.

Il De mineralibus fu composto probabilmente intorno alla metà del Duecento, nell'ambito del vasto progetto di commentare e completare le opere naturali di Aristotele. Poiché uno scritto aristotelico completo sui minerali non gli era pervenuto, ma solo estratti, Alberto decise di comporre un trattato proprio, unendo fonti antiche, autori arabi e osservazioni personali raccolte durante i viaggi.

Il lapidario alfabetico

Il secondo libro contiene un lapidario ordinato alfabeticamente, che descrive circa un centinaio di pietre. Per ciascuna Alberto riporta aspetto, provenienza e virtù tradizionali, citando spesso Evax, Dioscoride e Avicenna. Le virtù vengono spiegate con la teoria della forma sostanziale e dell'influsso celeste: secondo questa dottrina, le stelle, al momento della formazione della pietra, vi imprimerebbero qualità particolari.

Alberto distingue con una certa cura tra ciò che ha visto e ciò che riferisce per sentito dire. In alcuni passi racconta esperienze personali, come l'osservazione di gemme con figure naturali o di fossili, e mostra di voler controllare le affermazioni tramandate, pur riportando con rispetto le credenze correnti del suo tempo.

Sigilli e falsi Alberti

Un'intera sezione è dedicata ai sigilli delle pietre, cioè alle immagini incise sulle gemme antiche, che i lapidari medievali consideravano portatrici di forza. Alberto ne discute la natura e le interpretazioni, interessato soprattutto alla questione filosofica se e come una figura incisa potesse aggiungere qualcosa alla virtù naturale della pietra.

Il prestigio del suo nome favorì la circolazione di opere apocrife. Il cosiddetto Liber aggregationis, noto anche come libro dei segreti di Alberto, attribuisce alle pietre e alle erbe virtù prodigiose, ma non è opera sua: fu composto da autori successivi che sfruttarono la sua fama. Questa confusione ha contribuito a creare l'immagine leggendaria di un Alberto mago, assente nei suoi scritti autentici.

Il De mineralibus segna un momento in cui la tradizione dei lapidari incontra la filosofia naturale. Alberto non nega le virtù delle pietre, ma cerca di spiegarle con le categorie del sapere del suo tempo e di separare l'osservazione dal racconto. Proprio per questo il suo trattato è una fonte preziosa: mostra come un grande intellettuale medievale guardasse alle credenze sulle gemme protettive con curiosità e senso critico.