Corallo: dal sangue di Medusa agli amuleti dell'infanzia
Il corallo rosso nel mito di Perseo, in Plinio, nei lapidari medievali e nella pittura del Quattrocento: storia di un amuleto mediterraneo.
Pochi materiali hanno accompagnato tanto a lungo la storia degli amuleti mediterranei quanto il corallo rosso, che cresce sui fondali rocciosi dalla Sardegna alla Tunisia. Per gli antichi era un enigma: una pianta morbida sott'acqua che, una volta estratta, sembrava indurirsi come pietra. Questa natura ambigua, a metà fra il regno vegetale e quello minerale, ne fece un oggetto carico di significati, passato nei secoli dalle tombe antiche ai dipinti del Rinascimento fino ai cornetti venduti ancora oggi.
Il mito di Perseo e la testa della Gorgone
Ovidio, nel quarto libro delle Metamorfosi, racconta l'origine del corallo con un'immagine celebre. Dopo aver liberato Andromeda, Perseo depone la testa di Medusa su un letto di alghe; le piante marine assorbono la forza della Gorgone e si pietrificano. Le ninfe, divertite, ripetono il prodigio con altri rametti e ne spargono i semi nel mare. Da allora, conclude il poeta, il corallo indurisce al contatto con l'aria. Il racconto legava la pietra rossa a un potere capace di vincere lo sguardo che uccide.
Plinio e la protezione dell'infanzia
Nel trentaduesimo libro della Naturalis historia Plinio il Vecchio dedica al corallo pagine dettagliate. Ricorda che i rametti venivano appesi al collo dei bambini perché si credeva che li proteggessero. Riferisce anche che i Galli ornavano con il corallo spade, scudi ed elmi, e che in India, dove era stimato quanto a Roma le perle, indovini e veggenti lo consideravano un amuleto sacro contro i pericoli. La richiesta indiana era tale, osserva, che il corallo stava diventando raro nei luoghi d'origine.
Questa tradizione attraversò il Medioevo senza interruzioni. Marbodo di Rennes, nel suo Liber lapidum, attribuisce al corallo la capacità di allontanare fulmini, tempeste e influssi maligni dai campi e dalle case, e il motivo ricompare nei lapidari successivi. Si trattava di credenze diffuse, registrate dai dotti come patrimonio della tradizione e tramandate insieme ai racconti mitologici.
Il corallo nella pittura del Rinascimento
Nell'arte italiana del Quattrocento il corallo compare spesso accanto a Gesù Bambino. Nella Pala di Brera di Piero della Francesca il Bambino addormentato porta al collo un filo di corallo; nella Madonna della Vittoria di Andrea Mantegna, oggi al Louvre, un grande ramo pende sopra il trono della Vergine. Questi dettagli univano un'usanza domestica ben nota ai contemporanei, l'amuleto appeso al collo dei neonati, a un significato religioso: il rosso richiamava il sangue della Passione.
Parallelamente si sviluppò un artigianato raffinato. A Trapani, tra Cinquecento e Seicento, le botteghe realizzarono presepi, crocifissi e oggetti liturgici in corallo e rame dorato, mentre a Torre del Greco la lavorazione divenne un'industria fiorente nell'Ottocento. Dal corallo si ricavavano anche le manine, i cornetti e i piccoli pendenti che la cultura popolare del Sud Italia associava alla difesa dal malocchio.
Il corallo racconta dunque una lunga continuità: dal mito ovidiano alla prosa enciclopedica di Plinio, dai lapidari medievali alle tele rinascimentali. In ogni epoca il suo valore protettivo era affidato alla credenza, non a proprietà dimostrate. Oggi sappiamo che si tratta di una colonia di minuscoli animali marini, protetta da norme sulla pesca, e il corallo è soprattutto una testimonianza di come forma, colore e origine misteriosa potessero trasformare un organismo vivente in un simbolo.
