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Turchese: dalle miniere del Sinai all'amuleto dei cavalieri

Il turchese tra Hathor signora del turchese, le miniere di Nishapur, la credenza sulle cadute da cavallo e i mosaici aztechi: storia di una pietra.

Il nome turchese viene dal francese medievale e significa semplicemente turca: la pietra arrivava in Europa attraverso i mercati del Levante e dei domini turchi, anche se proveniva in gran parte dalla Persia. Il suo azzurro opaco, che varia dal cielo chiaro al verde, l'ha resa uno dei materiali protettivi più diffusi dell'Asia, del Medio Oriente e delle Americhe, dove civiltà indipendenti l'hanno scelta per amuleti, maschere e ornamenti.

La signora del turchese

Gli Egizi estraevano il turchese nel Sinai fin dalle prime dinastie. Presso le miniere di Serabit el-Khadim, sfruttate soprattutto nel Medio Regno, sorgeva un santuario dedicato ad Hathor, venerata con il titolo di signora del turchese. La pietra, insieme alla faience azzurra che ne imitava il colore, era usata per gioielli e amuleti legati alla rinascita e alla gioia. Le iscrizioni lasciate dalle spedizioni minerarie, insieme alle offerte deposte nel tempio, testimoniano quanto l'impresa fosse considerata sotto la protezione della dea.

In Persia le miniere di Nishapur, nel Khorasan, fornirono per secoli la qualità più pregiata. Lo scienziato al-Biruni, nell'XI secolo, ne parla nel suo trattato sulle pietre preziose, e il turchese divenne un elemento caratteristico dell'arte islamica: lo si ritrova incastonato nei gioielli, nelle else delle armi e nei finimenti, mentre il suo colore ispirò le maioliche azzurre di molte cupole.

L'amuleto che protegge dalle cadute

In Europa e in Medio Oriente si diffuse la credenza che il turchese proteggesse chi cavalca dalle cadute. Il medico fiammingo Anselmus Boetius de Boodt, nella Gemmarum et lapidum historia pubblicata nel 1609, riferisce questa opinione, ancora diffusa al suo tempo. Un'altra credenza voleva che la pietra cambiasse colore con lo stato di salute o di fortuna di chi la portava, e che si spezzasse per assorbire un pericolo destinato al proprietario.

Queste credenze nascono anche da caratteristiche reali: il turchese è poroso e può alterarsi a contatto con oli, sudore e luce, perdendo il suo colore originale. Ciò che la tradizione leggeva come un segno di partecipazione alla sorte del proprietario era in realtà un fenomeno chimico, ben noto oggi a chi conserva gioielli antichi.

Le maschere degli Aztechi e il Sud-ovest americano

Nelle Americhe il turchese, chiamato dagli Aztechi xihuitl, era associato al fuoco, all'anno e alla regalità; il dio del fuoco si chiamava Xiuhtecuhtli, signore del turchese. Il British Museum di Londra conserva celebri mosaici aztechi in turchese, tra cui una maschera e un serpente a due teste. Nel Sud-ovest degli attuali Stati Uniti, i popoli Pueblo e più tardi i Navajo hanno fatto del turchese un elemento centrale della loro gioielleria e del loro simbolismo.

Pochi materiali hanno avuto una diffusione così ampia senza contatti tra le culture che li veneravano. Dall'Egitto alla Persia, dal Messico al deserto americano, il turchese ha unito l'azzurro del cielo e dell'acqua all'idea di protezione. Le sue presunte virtù sono patrimonio della tradizione, ma la sua storia mostra con chiarezza come il commercio, il colore e la fragilità di una pietra abbiano contribuito a costruirne il mito.