Marchio registrato Studio Esoterico CornelioAmuleti e TalismaniUn sito dello Studio Esoterico Cornelio

Damigerone, Evax e i lapidari greci della tarda antichità

Il De lapidibus di Damigerone ed Evax, i Lithika orfici e gli altri lapidari greci: i testi che trasmisero al Medioevo le virtù magiche delle pietre.

Accanto all'enciclopedia di Plinio, il Medioevo ereditò dall'antichità un altro filone di sapere sulle pietre: i lapidari magici di tradizione greca. Erano testi brevi, spesso anonimi o attribuiti a figure leggendarie, che non descrivevano le gemme come oggetti naturali ma come portatrici di poteri. Il più influente fra questi, noto in latino come De lapidibus di Damigerone ed Evax, fu la fonte principale del lapidario di Marbodo e quindi di gran parte della tradizione occidentale.

Chi era Damigerone

Di Damigerone sappiamo pochissimo. Il suo nome compare nell'Apologia di Apuleio, l'orazione con cui lo scrittore si difese da un'accusa di magia nel II secolo d.C., in un elenco di maghi celebri accanto a Mosè, Giovanni, Apollobeche e Dardano. Ciò indica che già allora era considerato un'autorità in questo campo, ma non permette di stabilire quando sia vissuto né se sia esistito davvero come autore.

Il trattato giunto fino a noi è una traduzione latina di un originale greco perduto, e la datazione di entrambi è incerta. Nella forma latina il testo è collegato a Evax, presentato come re degli Arabi che avrebbe scritto all'imperatore sulle virtù delle pietre. Si tratta di una cornice leggendaria, tipica dei testi che cercavano autorevolezza attribuendosi origini lontane ed esotiche.

I Lithika orfici e gli altri lapidari

Un altro testo importante è il poema greco noto come Lithika, attribuito a Orfeo. Composto in esametri, narra l'incontro del poeta con un saggio di nome Teodamante, che gli rivela le virtù delle pietre. La sua datazione è discussa, e molti studiosi lo collocano nell'età imperiale. Accanto a esso circolavano altre raccolte, come i cosiddetti Kerygmata e i lapidari attribuiti a Socrate e Dionisio, oltre alle parti dedicate alle pietre delle Kyranides.

Questi testi condividono un'idea comune: ogni pietra possiede una forza nascosta, spesso legata a una divinità o a un astro, che si manifesta quando viene portata o incisa con determinate immagini. A differenza di Plinio, i loro autori non prendono le distanze da tali credenze, ma le espongono come un sapere riservato, trasmesso da maestri autorevoli a discepoli degni di riceverlo.

La strada verso il Medioevo

Attraverso Damigerone ed Evax, il sapere dei lapidari greci arrivò ai monasteri e alle scuole dell'Occidente latino. Marbodo di Rennes, nell'XI secolo, lo trasformò in un poema elegante, citando Evax fin dal prologo. In parallelo, nel mondo bizantino e in quello arabo, altre traduzioni e rielaborazioni diedero vita a lapidari che sarebbero tornati in Europa più tardi, come quello tradotto alla corte di Alfonso X di Castiglia.

I lapidari di Damigerone e degli autori greci sono testi difficili da collocare, privi di date sicure e spesso di autori reali. Eppure la loro influenza fu enorme: furono loro a trasmettere al Medioevo l'idea che le pietre fossero strumenti di protezione e di potere. Leggerli oggi significa studiare una mentalità, quella che vedeva nella natura un insieme di forze nascoste da decifrare, e non un repertorio di virtù da sperimentare.