Marbodo di Rennes e il Liber lapidum, il lapidario più letto
Vita di Marbodo, vescovo di Rennes, e fortuna del suo Liber lapidum: sessanta pietre in esametri latini, dalla fonte di Evax alle versioni in volgare.
Se un lettore colto del XII secolo voleva sapere qualcosa sulle pietre, con ogni probabilità apriva il Liber lapidum di Marbodo. Questo poema latino, composto da un maestro di scuola diventato vescovo, ebbe una diffusione straordinaria: se ne conoscono oltre cento manoscritti, e fu presto tradotto nelle lingue volgari. Per secoli fu il testo di riferimento sulle virtù attribuite alle gemme, e molte credenze ancora oggi ripetute risalgono, attraverso di lui, ai lapidari tardoantichi.
Un maestro di Angers
Marbodo nacque ad Angers intorno al 1035 e vi diresse a lungo la scuola della cattedrale, uno dei centri culturali più vivaci della Francia occidentale. Nel 1096 divenne vescovo di Rennes, in Bretagna, e negli ultimi anni si ritirò nell'abbazia di Saint-Aubin ad Angers, dove morì nel 1123. Fu autore di poesie religiose, vite di santi e componimenti profani molto apprezzati dai contemporanei, che lo consideravano uno dei migliori poeti latini del suo tempo.
Il Liber lapidum, composto probabilmente prima dell'episcopato, si inserisce in questa produzione di poesia dotta. Marbodo scrive in esametri, con uno stile limpido e regolare pensato per essere memorizzato e insegnato nelle scuole, dove il lapidario serviva anche come esercizio di lettura del latino. La forma poetica spiega in parte la sua fortuna: un elenco di virtù in versi si ricordava più facilmente di un trattato in prosa.
Sessanta pietre e una cornice antica
Il poema descrive circa sessanta pietre, dal diamante all'agata, dallo smeraldo al corallo. Nel prologo si legge un verso che dichiara la fonte: Evax rex Arabum legitur scripsisse Neroni, cioè si legge che Evax, re degli Arabi, scrisse a Nerone. Marbodo riprende così la tradizione di Damigerone ed Evax, che aveva a disposizione in latino, e la arricchisce con notizie tratte da Plinio, Solino e Isidoro di Siviglia.
Per ogni pietra il poeta indica aspetto, provenienza e virtù tradizionali. Secondo il sapere da lui raccolto, l'agata rende gradito chi la porta, il corallo difende dalle tempeste, l'onice porta sogni tristi. Marbodo non presenta queste qualità come scoperte proprie ma come eredità degli antichi, e le inserisce nell'idea cristiana che Dio abbia posto nelle pietre virtù nascoste, così come nelle erbe e nelle parole.
La fortuna in volgare
Il successo del poema fu rapido. Già nel XII secolo apparvero traduzioni in antico francese e in anglonormanno, seguite da versioni in provenzale, in italiano e in diverse altre lingue europee. Molti lapidari volgari medievali sono in realtà adattamenti più o meno liberi di Marbodo, che diventò così una delle vie principali attraverso cui l'antico sapere sulle pietre raggiunse anche i lettori che non conoscevano il latino.
Marbodo non fu un naturalista né un mago, ma un poeta e un uomo di Chiesa che seppe dare forma elegante a un sapere antico. Il suo lapidario mostra come il Medioevo cristiano abbia accolto le credenze tardoantiche sulle pietre, inserendole in una visione del creato in cui ogni cosa aveva un significato. Per chi studia gli amuleti resta una fonte indispensabile per capire da dove provengano molte tradizioni sulle gemme protettive.
