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Campanelle e campane: il suono che allontana il male

Le campanelle come portafortuna: i tintinnabula di Pompei, i sonagli del sommo sacerdote nell'Esodo, le campane contro i fulmini e il fūrin giapponese.

Prima ancora di essere strumenti musicali, le campanelle sono state in molte culture oggetti di protezione. Il loro suono limpido e improvviso, capace di attraversare lo spazio e di catturare l'attenzione, è stato considerato in grado di scacciare spiriti maligni, tempeste e influssi negativi. Dalle case romane ai templi giapponesi, dalle vesti dei sacerdoti ai campanili medievali, la campana ha accompagnato la storia dei portafortuna con la sua voce inconfondibile.

Il tintinnabulum romano

A Roma e nelle città vesuviane erano diffusi i tintinnabula, sonagli di bronzo formati da una figura centrale da cui pendevano campanelle. Spesso la figura aveva forma fallica o animalesca, secondo la logica del fascinum che respingeva il malocchio con immagini di potenza vitale. Appesi alle porte di case e botteghe, i tintinnabula suonavano al vento o al passaggio delle persone. Numerosi esemplari ritrovati a Pompei ed Ercolano sono oggi conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Le campanelle venivano anche appese al collo degli animali e talvolta dei bambini, con una funzione che univa l'utilità pratica alla protezione simbolica: un suono permetteva di ritrovare chi si era allontanato e, insieme, teneva lontano ciò che non si vedeva. Nel mondo antico il bronzo stesso godeva di un prestigio particolare, e la sua risonanza era spesso associata alla presenza del sacro.

I sonagli sulla veste del sacerdote

Anche la Bibbia ricorda campanelle con valore rituale. Nel libro dell'Esodo, tra le prescrizioni per le vesti del sommo sacerdote, si stabilisce che l'orlo del manto sia ornato alternativamente di melagrane e di sonagli d'oro, il cui suono doveva udirsi quando Aronne entrava nel santuario e quando ne usciva. Gli interpreti ebrei e cristiani hanno dato di questo dettaglio letture diverse, legate alla presenza divina, al rispetto del luogo santo e alla protezione del sacerdote stesso.

Campane contro le tempeste

Nel Medioevo cristiano le grandi campane dei campanili ricevevano una benedizione solenne e si credeva che il loro suono allontanasse fulmini, grandine e demoni dell'aria. Molte campane portavano iscrizioni che dichiaravano questa funzione. Una formula celebre, incisa sulla campana della cattedrale di Sciaffusa fusa nel 1486, recita in latino «Vivos voco, mortuos plango, fulgura frango»: chiamo i vivi, piango i morti, spezzo i fulmini. Friedrich Schiller la scelse come epigrafe del suo Canto della campana.

Il suono delle campane durante i temporali rimase in uso a lungo nelle campagne europee, nonostante i pericoli per i campanari, colpiti talvolta dai fulmini proprio sulle torri. Nel Settecento, con le nuove conoscenze sull'elettricità e l'invenzione del parafulmine, la pratica fu criticata dagli scienziati e venne gradualmente abbandonata, pur sopravvivendo in alcune zone rurali fino a tempi relativamente recenti.

In Cina e in Giappone campanelle a vento pendono dagli angoli dei tetti delle pagode e dalle verande delle case. In Giappone il fūrin, campanella di vetro o di metallo con una striscia di carta che oscilla nella brezza, è un simbolo dell'estate, e nella tradizione buddhista il suono delle campane è legato alla purificazione degli spazi sacri. Che sia una campanella al collo di un gatto portafortuna o una grande campana di bronzo, il suono è stato sempre percepito come qualcosa di vivo, capace di proteggere lo spazio che riempie.