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Il daruma: la bambola senza occhi che insegna la perseveranza

Il daruma giapponese tra storia e leggenda: Bodhidharma e il buddhismo Zen, la bambola che si rialza, il rosso, il tempio di Takasaki e i riti di fine anno.

Rotondo, rosso, con il volto barbuto e due grandi occhi bianchi ancora vuoti, il daruma è un portafortuna giapponese legato alla tenacia. Chi lo riceve dipinge uno degli occhi quando formula un obiettivo e completa l'altro solo quando lo ha raggiunto. In questo gesto semplice si riassume una storia che risale a un monaco buddhista vissuto circa quindici secoli fa, la cui figura è ancora oggi al centro della tradizione Zen.

Bodhidharma, il monaco della parete

Daruma è il nome giapponese di Bodhidharma, monaco originario dell'India o dell'Asia centrale che secondo la tradizione portò in Cina, tra il V e il VI secolo, l'insegnamento da cui nacque il buddhismo Chan, conosciuto in Giappone come Zen. Le fonti sulla sua vita sono scarse e in gran parte agiografiche, scritte molto dopo i fatti, e molti dettagli biografici restano incerti o leggendari.

La leggenda più celebre racconta che Bodhidharma meditò per nove anni davanti a una parete, in una grotta vicina al monastero di Shaolin. Durante quella lunghissima immobilità le sue braccia e le sue gambe si sarebbero atrofizzate. Per questo il daruma è raffigurato senza arti, come un corpo compatto avvolto in un mantello rosso, il colore con cui le vesti del maestro vengono spesso dipinte nell'arte buddhista dell'Asia orientale.

La bambola che si rialza

Il daruma è costruito come un okiagari, una bambola che si raddrizza da sola quando viene spinta, grazie al peso concentrato nella base arrotondata. Il proverbio giapponese «sette volte cadere, otto volte rialzarsi» è spesso associato a questa figura, che diventa così un emblema della perseveranza. I daruma tradizionali sono fatti di cartapesta, modellata su forme di legno, poi dipinta a mano con tratti vigorosi che disegnano sopracciglia e baffi.

Il colore rosso aveva anche un altro significato. Nel Giappone dell'epoca Edo si credeva che il rosso tenesse lontana la divinità del vaiolo, e immagini e giocattoli rossi venivano donati ai bambini come augurio. È una testimonianza della devozione popolare di quei secoli, che spiega in parte perché il daruma, nato in ambito religioso, si sia diffuso così rapidamente nelle case come oggetto beneaugurante.

Takasaki e i riti di fine anno

Il centro più famoso della produzione è Takasaki, nella prefettura di Gunma, dove il tempio di Shōrinzan Daruma-ji è considerato il luogo d'origine del daruma moderno. Secondo la tradizione del tempio, nel XVIII secolo i monaci insegnarono ai contadini della zona a fabbricare le bambole per integrare i guadagni nei periodi difficili. Ogni anno, all'inizio di gennaio, il tempio ospita un grande mercato di daruma che richiama visitatori da tutto il paese.

Alla fine dell'anno, o quando un obiettivo è stato raggiunto, molti riportano i daruma ai templi, dove vengono bruciati in cerimonie pubbliche. Il fuoco chiude il ciclo: la bambola ha svolto il suo compito, e se ne acquista una nuova per i propositi successivi. Anche i candidati alle elezioni giapponesi usano il daruma, dipingendo il secondo occhio la sera della vittoria davanti ai sostenitori.

Il daruma è un portafortuna particolare, perché non promette nulla senza l'impegno di chi lo possiede. L'occhio vuoto ricorda ogni giorno l'obiettivo da raggiungere, e la forma che si rialza invita a non arrendersi davanti alle cadute. In questo senso la bambola conserva qualcosa dello spirito attribuito a Bodhidharma: la disciplina paziente che precede il risultato, e la fiducia che la costanza venga prima della fortuna.