Gli omamori: piccoli sacchetti di protezione dai santuari del Giappone
Che cosa sono gli omamori giapponesi: il contenuto del sacchetto, gli scopi diversi, il legame con santuari e templi e l'usanza di restituirli dopo un anno.
All'uscita di un santuario shintoista o di un tempio buddhista giapponese c'è quasi sempre un banco dove si offrono piccoli sacchetti di stoffa colorata, chiusi da un cordoncino annodato. Sono gli omamori, il cui nome deriva dal verbo mamoru, «proteggere», preceduto da un prefisso di rispetto. Si appendono alle borse, agli zaini, ai portachiavi o si tengono in automobile, e accompagnano la vita quotidiana di milioni di persone, credenti e non.
Che cosa contiene un omamori
L'omamori è formato di solito da un sacchetto di broccato o di seta su cui sono ricamati il nome del santuario e lo scopo della protezione. All'interno si trova un foglio di carta o una sottile tavoletta di legno con il nome della divinità, preghiere o formule sacre. La tradizione raccomanda di non aprirlo mai, perché si ritiene che in tal modo la protezione andrebbe dispersa; l'oggetto vale nella sua integrità, come un piccolo scrigno chiuso.
Gli omamori non sono oggetti commerciali in senso stretto: vengono offerti dal santuario o dal tempio in cambio di un'offerta, e si considerano in qualche modo portatori della presenza del kami o della benedizione del Buddha. Ogni santuario produce i propri, con colori e disegni che spesso richiamano la storia del luogo, l'animale simbolo della divinità venerata o il segno zodiacale dell'anno in corso.
Una protezione per ogni bisogno
Esistono omamori dedicati a esigenze molto diverse. Quelli per la sicurezza nel traffico sono diffusissimi tra gli automobilisti; altri sono legati al successo negli studi e negli esami, molto richiesti dagli studenti prima delle prove di ammissione alle scuole superiori e alle università. Ci sono omamori per l'amore e i buoni incontri, per una gravidanza serena, per la prosperità negli affari e per il benessere della famiglia, sempre intesi come augurio e non come garanzia.
Il santuario di Kitano Tenmangū a Kyoto e gli altri santuari dedicati a Sugawara no Michizane sono tra le mete più frequentate dagli studenti. Michizane, studioso, poeta e uomo di stato del IX secolo, morì in esilio a Dazaifu nel 903 e fu poi divinizzato con il nome di Tenjin. La sua fama di letterato ne ha fatto il patrono della cultura e dell'apprendimento, e i suoi omamori sono tra i più ricercati nella stagione degli esami.
Il ciclo di un anno
Per tradizione un omamori si conserva per circa un anno. Trascorso questo periodo, o dopo che il desiderio si è realizzato, lo si riporta al santuario o al tempio, dove viene raccolto e bruciato insieme ad altri oggetti sacri in cerimonie dedicate, spesso nel periodo del Capodanno. Al suo posto se ne prende uno nuovo. Questo rinnovo periodico riflette una sensibilità religiosa giapponese molto attenta alla purezza, al ringraziamento e al ciclo delle stagioni.
Negli ultimi decenni gli omamori sono diventati anche souvenir apprezzati dai visitatori stranieri, e alcuni santuari ne propongono versioni decorate con personaggi popolari o colori di moda. Dietro l'aspetto grazioso, però, restano oggetti religiosi, legati a un luogo e a una divinità precisa. Riconoscerne la funzione e trattarli con cura, come fanno i giapponesi, è un piccolo segno di rispetto verso una tradizione ancora viva e profondamente radicata.
