Marchio registrato Studio Esoterico CornelioAmuleti e TalismaniUn sito dello Studio Esoterico Cornelio

La pietra di bezoar, il presunto antidoto delle corti europee

Il bezoar dal persiano pad-zahr alle Kunstkammern degli Asburgo, l'esperimento di Ambroise Paré e le pietre di Goa: storia di un falso antidoto.

La pietra di bezoar non è un minerale ma una concrezione che si forma nello stomaco di alcuni animali ruminanti, come le capre selvatiche della Persia o i lama delle Ande. Il suo nome deriva dal persiano pad-zahr, che significa contravveleno. Per secoli fu considerata uno dei rimedi più preziosi contro i veleni, tanto da essere montata in oro e conservata nelle collezioni dei sovrani. La sua storia è anche quella di uno dei primi dubbi sperimentali sulla sua efficacia.

Dalla medicina araba alle Kunstkammern

Il bezoar entrò nella medicina europea attraverso gli autori arabi del Medioevo, che lo descrivevano come antidoto universale. Nei trattati latini tradotti dall'arabo la pietra compariva accanto alle gemme e alle sostanze rare, e la sua fama crebbe soprattutto nel Cinquecento, quando i commerci portoghesi e spagnoli resero più accessibili sia i bezoar orientali sia quelli provenienti dalle Americhe.

Le corti europee se ne contesero gli esemplari migliori. Nelle Kunstkammern degli Asburgo e di altri principi, i bezoar erano incastonati in montature d'oro finemente lavorate, oppure inseriti in coppe da cui bere, nella convinzione che il contatto con la pietra neutralizzasse il veleno. In un'epoca in cui il timore dell'avvelenamento accompagnava la vita politica, il loro valore poteva superare quello di molte gemme.

L'esperimento di Ambroise Paré

L'episodio più celebre legato al bezoar risale al regno di Carlo IX di Francia. Il chirurgo Ambroise Paré, scettico sulle virtù della pietra, propose di metterla alla prova. Un cuoco del palazzo condannato a morte per furto accettò di prendere un veleno e poi il bezoar, in cambio della libertà in caso di sopravvivenza. Morì tra grandi sofferenze dopo alcune ore, e Paré riferì l'episodio nelle sue opere come dimostrazione dell'inefficacia del rimedio.

Il racconto è spesso ricordato come uno dei primi esempi di verifica sperimentale di un rimedio tradizionale, anche se condotto con metodi che oggi giudicheremmo inaccettabili. Paré non contestava la tradizione con argomenti teorici, ma con l'osservazione di un caso concreto, e questo spiega la fortuna dell'episodio. Non bastò tuttavia a cancellare la fiducia nel bezoar, che continuò a figurare nelle farmacopee europee ancora per molto tempo dopo la morte di Paré.

Le pietre di Goa

La richiesta era tale che nacquero anche bezoar artificiali. Nel Seicento a Goa, in India, nell'ambiente dei gesuiti, si preparavano le cosiddette pietre di Goa, impasti modellati a forma di sfera e talvolta dorati, venduti come alternativa ai bezoar naturali. Venivano custoditi in contenitori d'oro o d'argento traforati, alcuni dei quali sono oggi esposti in musei europei e testimoniano l'alto valore attribuito a questi oggetti.

La pietra di bezoar occupa un posto particolare nella storia degli amuleti: era insieme talismano, medicina e oggetto da collezione. Le sue virtù, mai dimostrate, poggiavano su una tradizione autorevole e sul prestigio delle corti che la custodivano. L'esperimento di Paré ricorda però che già nel Rinascimento qualcuno sentiva il bisogno di distinguere tra la fama di un rimedio e la sua reale efficacia.