Abracadabra: la parola magica nel poema di Sereno Sammonico
La prima attestazione di Abracadabra nel Liber medicinalis di Quinto Sereno: il poeta, la figura a triangolo, le ipotesi sull'etimologia e la peste del 1665.
Abracadabra è forse la parola magica più famosa del mondo, oggi legata soprattutto ai prestigiatori e ai giochi dei bambini. La sua prima attestazione sicura, però, si trova in un testo serio: un poema medico latino in esametri, il Liber medicinalis, attribuito a Quinto Sereno. Lì la parola compare come rimedio contro una febbre, in un contesto in cui medicina, religione e magia erano ancora strettamente intrecciate.
Un poeta medico all'epoca dei Severi
L'autore del Liber medicinalis è tradizionalmente identificato con Quinto Sereno Sammonico, erudito e bibliofilo vissuto tra il II e il III secolo, che secondo la Historia Augusta fu ucciso per ordine di Caracalla nel 212. Alcuni studiosi attribuiscono invece il poema al figlio omonimo, maestro del giovane Gordiano, e altri ancora a un autore più tardo. La questione resta aperta e le fonti non permettono di risolverla con certezza.
Il poema, di poco più di mille versi, raccoglie rimedi per malattie dalla testa ai piedi, tratti in gran parte da Plinio il Vecchio e da altre fonti. È un manuale in forma poetica, destinato a lettori colti più che a medici di professione. Nel Medioevo fu letto e copiato nei monasteri, e la sua fortuna spiega in parte la diffusione della parola abracadabra in tutta Europa.
La figura che si restringe
Nel capitolo dedicato alla febbre semiterzana, Sereno parla di scrivere su un foglio «quod dicitur Abracadabra», cioè la parola chiamata abracadabra, ripetendola e accorciandola di riga in riga. Ne risulta una figura a forma di triangolo rovesciato, che si assottiglia fino a ridursi a una sola lettera. Secondo il poeta il foglio veniva poi portato al collo dal malato, come molti altri amuleti scritti dell'antichità.
Il principio simbolico è chiaro: come la parola si consuma riga dopo riga, così, nella credenza dell'epoca, avrebbe dovuto consumarsi la malattia. Lo stesso schema decrescente compare in altri amuleti antichi con nomi diversi, ed è documentato anche nei papiri magici greci. Si tratta di una forma di magia per analogia, molto diffusa nel mondo antico, che attribuiva alla scrittura il potere di agire sulla realtà.
Un'etimologia ancora misteriosa
Sull'origine della parola sono state proposte molte ipotesi. Alcuni la collegano all'aramaico, con un significato vicino a «creo mentre parlo», altri a una deformazione del nome Abrasax, frequente sulle gemme magiche, altri ancora alla sequenza delle prime lettere dell'alfabeto. Nessuna di queste spiegazioni è dimostrata, e gli studiosi più prudenti si limitano a constatare che il termine ha l'aspetto tipico delle parole magiche antiche, sonore e ripetitive.
La parola sopravvisse a lungo. Nel 1722 Daniel Defoe, nel Diario dell'anno della peste, ricorda che durante l'epidemia di Londra del 1665 molte persone portavano addosso foglietti con abracadabra disposto a triangolo, insieme ad altri segni e formule. Defoe ne parlava con ironia, come esempio della credulità popolare in tempi di paura, e lamentava che ciarlatani e venditori approfittassero dell'angoscia generale.
Dal poema di Sereno al linguaggio dei maghi da palcoscenico, la parola ha compiuto un percorso singolare. Nata come presunto rimedio contro la febbre, è diventata sinonimo di trucco e di finzione. La sua storia ricorda che il confine tra medicina, magia e spettacolo è stato tracciato lentamente, e che molte espressioni comuni conservano tracce di credenze antiche di cui abbiamo dimenticato l'origine.
