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Il Picatrix e i talismani astrologici: lo scopo del saggio

Il Picatrix (Ghāyat al-ḥakīm): l'autore anonimo, la traduzione alla corte di Alfonso X nel 1256, la teoria del talismano e le immagini dei decani.

Nel 1256, alla corte di Alfonso X il Saggio, re di Castiglia, fu tradotto in castigliano un voluminoso trattato arabo di magia astrale. Il suo titolo originale era Ghāyat al-ḥakīm, «lo scopo del saggio». In Europa divenne noto con un nome misterioso, Picatrix, ed ebbe un'influenza duratura sulla cultura magica del Medioevo e del Rinascimento, soprattutto per quanto riguarda la teoria dei talismani.

Un autore che non è l'autore

Per secoli l'opera fu attribuita a Maslama al-Majrīṭī, astronomo e matematico di Madrid morto intorno al 1007. Gli studiosi moderni ritengono invece che sia stata composta da un autore anonimo nell'XI secolo, probabilmente in al-Andalus, e per questo parlano di pseudo-Majrīṭī. Il nome Picatrix, che nella versione latina indica un presunto autore, è forse la deformazione di un nome antico, ma la sua origine resta oscura.

Della versione castigliana sopravvive solo un frammento, mentre si conservano numerosi manoscritti della traduzione latina che ne derivò. Il testo arabo fu pubblicato a stampa soltanto nel 1933 dall'orientalista Hellmut Ritter, nell'ambito delle ricerche promosse dalla Biblioteca Warburg, e una traduzione tedesca seguì nel 1962. L'edizione critica del testo latino, curata da David Pingree, uscì nel 1986.

La teoria del talismano

Il Picatrix dedica ampio spazio alla definizione del talismano, che descrive come uno spirito racchiuso in un corpo. L'idea di fondo è che gli astri emanino forze spirituali e che un artefice sapiente possa fissarle in un oggetto materiale, scegliendo il momento celeste e il materiale corrispondenti. Il talismano diventa così, nella visione dell'autore, una sorta di ponte tra il mondo celeste e quello terrestre.

Questa teoria si nutre di filosofia neoplatonica, di astrologia ellenistica e di tradizioni attribuite ai sabei di Harran, una comunità che conservò a lungo culti astrali nella Mesopotamia settentrionale. Il Picatrix cita anche fonti indiane, persiane e greche, spesso con attribuzioni fantasiose. Il risultato è un'opera enciclopedica e disordinata, in cui riflessioni filosofiche si alternano a descrizioni di immagini e di cerimonie.

Le immagini dei decani e la fortuna in Europa

Tra i materiali più studiati del Picatrix ci sono le descrizioni delle immagini dei pianeti e dei trentasei decani, le suddivisioni dello zodiaco in segmenti di dieci gradi. Ogni decano è raffigurato come un personaggio con attributi precisi, spesso di origine egizia o indiana. Figure di questa tradizione ebbero una lunga vita nell'arte europea, ben oltre l'ambito della magia propriamente detta.

Nel 1912 Aby Warburg, in una celebre conferenza tenuta a Roma, riconobbe figure di decani di questa ascendenza negli affreschi del Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia a Ferrara, realizzati intorno al 1470 per Borso d'Este. La sua ricerca, che seguiva la migrazione delle immagini astrologiche dall'Oriente all'Italia, è considerata una delle origini dell'iconologia moderna.

Il Picatrix è un testimone prezioso dell'incontro tra culture. Un testo scritto in arabo nella Spagna musulmana, tradotto alla corte di un re cristiano, letto da eruditi e artisti, studiato infine dagli storici dell'arte del Novecento. La sua idea di talismano come spirito racchiuso in un corpo ha attraversato secoli e lingue, influenzando il modo in cui l'Europa ha pensato il rapporto tra immagini e cielo.