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Sigilli planetari e caratteri magici: dai papiri ad Agrippa

Storia dei sigilli planetari: i charaktêres dei papiri greco-egizi, i segni dei manoscritti medievali e la sistemazione di Agrippa nel De occulta philosophia.

Molto prima che i sigilli planetari comparissero nei libri a stampa del Rinascimento, i papiri magici greci d'Egitto erano già pieni di segni strani: stelle, linee terminate da piccoli cerchi, lettere deformate. Gli autori antichi li chiamavano charaktêres, e così li chiamano ancora i filologi. La storia dei sigilli talismanici comincia proprio da questi segni, che non appartenevano a nessun alfabeto e che, secondo chi li tracciava, parlavano direttamente alle potenze invisibili.

I charaktêres dei papiri greco-egizi

I cosiddetti Papiri magici greci, giunti in gran parte nelle collezioni europee nei primi decenni dell'Ottocento e databili soprattutto tra il II e il V secolo, contengono formule, invocazioni e disegni. Tra questi figurano caratteri con le estremità a forma di piccolo anello, che gli studiosi moderni chiamano appunto «lettere ad anello». Compaiono anche su gemme incise e su sottili lamine di metallo arrotolate, rinvenute in varie regioni del Mediterraneo.

Il loro significato è oscuro. Alcuni studiosi vi hanno visto stelle o costellazioni stilizzate, altri una scrittura cifrata o una deformazione di lettere greche ed ebraiche. Quel che è certo è che venivano copiati con grande attenzione, segno che la forma esatta era considerata importante. Lo stesso principio, cioè l'idea che un segno ben tracciato abbia valore in sé, attraversa tutta la storia successiva dei sigilli.

Dalla tradizione araba al Medioevo latino

Nel Medioevo i caratteri passarono nella letteratura magica araba e poi in quella latina. Trattati come il Picatrix associavano a ciascun pianeta figure e segni particolari, e le traduzioni latine li diffusero nelle biblioteche europee. In molti manoscritti tardomedievali i caratteri dei pianeti accompagnano le immagini astrologiche, e i copisti li riproducono con varianti notevoli, a volte quasi irriconoscibili da un codice all'altro.

Accanto ai pianeti comparvero i segni di angeli e demoni. I libri attribuiti a Salomone e altri testi di magia cerimoniale assegnavano a ogni entità un sigillo personale, una sorta di firma grafica. Le autorità ecclesiastiche guardavano con sospetto proprio a questi segni: Tommaso d'Aquino sosteneva che caratteri privi di significato naturale potevano avere senso solo come messaggi rivolti a intelligenze separate, e quindi a demoni.

La sistemazione di Agrippa

La forma oggi più nota dei sigilli planetari risale al De occulta philosophia di Enrico Cornelio Agrippa, stampato in versione completa a Colonia nel 1533. Nel secondo libro Agrippa presenta per ciascuno dei sette pianeti un quadrato numerico, un sigillo del pianeta e i sigilli della sua intelligenza e del suo spirito. I segni sono ricavati dalla struttura dei quadrati, per cui disegno e numero risultano strettamente legati.

Agrippa riportava anche alfabeti misteriosi, come la scrittura detta «tebana» e quelle dette «celeste», «dei Malachim» e «del passaggio del fiume», attribuendoli alla tradizione dei maghi antichi. La loro origine reale è sconosciuta e probabilmente tardomedievale. Grazie alla diffusione del libro, questi segni furono ricopiati per secoli e arrivarono, quasi immutati, fino all'occultismo dell'Ottocento.

La storia dei sigilli planetari mostra una continuità sorprendente. Dai papiri egiziani ai manoscritti medievali, fino alle tavole incise del Cinquecento, cambia il quadro teorico ma resta la convinzione che un segno possa contenere una relazione con il cielo. Per lo storico questi disegni sono preziosi documenti di come le culture del passato immaginavano il legame tra scrittura, numero e cosmo.