Agrippa e il De occulta philosophia: il manuale dei talismani
Enrico Cornelio Agrippa e il De occulta philosophia (1533): genesi dell'opera, struttura in tre libri, quadrati e sigilli, il falso Quarto libro e la fortuna.
Nel 1510 un giovane studioso tedesco inviò all'abate Giovanni Tritemio un manoscritto in tre libri sulla filosofia occulta. Si chiamava Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, era nato a Colonia nel 1486 e aveva già girato l'Europa come soldato, segretario e insegnante. Quel manoscritto, rielaborato per oltre vent'anni, sarebbe diventato il manuale più influente della magia rinascimentale e la fonte principale di gran parte dei talismani che conosciamo.
Un libro dalla lunga gestazione
Tritemio, già abate di Sponheim e allora a Würzburg, rispose con una lettera di incoraggiamento, raccomandando prudenza nel divulgare certe conoscenze. Agrippa non pubblicò subito. Il primo libro uscì ad Anversa nel 1531, e l'opera completa fu stampata a Colonia nel 1533, nonostante l'opposizione dell'inquisitore locale. Il testo definitivo era molto più ampio della prima stesura e raccoglieva citazioni da autori antichi, medievali e contemporanei.
Nel frattempo, nel 1530, Agrippa aveva pubblicato il De incertitudine et vanitate scientiarum, in cui criticava duramente tutte le discipline, compresa la magia. Questa apparente ritrattazione ha diviso gli interpreti. Alcuni la leggono come un vero ripensamento, altri come una forma di cautela o come un esercizio retorico di stampo scettico. La coesistenza dei due libri resta uno dei problemi più discussi della sua biografia intellettuale.
La struttura dei tre libri
Agrippa divide il sapere magico secondo i tre mondi della cosmologia neoplatonica. Il primo libro tratta della magia naturale, cioè delle virtù nascoste di pietre, piante e animali. Il secondo affronta la magia celeste o matematica: numeri, figure geometriche, armonia, astrologia. Il terzo è dedicato alla magia cerimoniale e religiosa, ai nomi divini, agli angeli e alla Cabala, che Agrippa conosceva soprattutto attraverso Giovanni Pico della Mirandola e Johannes Reuchlin.
È nel secondo libro che compaiono i quadrati planetari con i loro sigilli, le immagini astrologiche dei pianeti e dei segni, le figure dei decani. Agrippa non le presenta come invenzioni proprie ma come eredità degli antichi, rimandando a fonti greche, arabe ed ebraiche. Molte di queste attribuzioni sono discutibili, ma il libro funzionò come una straordinaria antologia della tradizione, utilizzata per secoli da lettori di ogni orientamento.
Fortuna, falsi e leggende
Il successo fu immediato e duraturo. Il De occulta philosophia venne ristampato più volte e tradotto in inglese nel 1651. Dopo la morte di Agrippa, avvenuta nel 1535, circolò anche un cosiddetto Quarto libro, pubblicato nel 1559, che pretendeva di completare l'opera con materiali rituali. Il suo allievo Johann Weyer, medico e celebre critico della caccia alle streghe, lo dichiarò apocrifo, e gli studiosi moderni gli danno ragione.
La fama di Agrippa crebbe anche grazie alla leggenda. Lo storico Paolo Giovio contribuì a diffondere la diceria secondo cui il cane nero che lo accompagnava fosse un demone, e la letteratura lo trasformò in un modello del sapiente faustiano. Ancora nel 1818, nel Frankenstein di Mary Shelley, il giovane Victor si appassiona alla lettura di Agrippa, segno della sua presenza nell'immaginario europeo.
Al di là del mito, il trattato di Agrippa resta un documento fondamentale per capire come il Rinascimento cercasse di ricomporre in un unico sistema filosofia, religione e scienza della natura. Le edizioni critiche moderne permettono di confrontare la stesura del 1510 con il testo a stampa e di seguire, pagina dopo pagina, l'evoluzione di un pensiero inquieto e tutt'altro che dogmatico.
