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Il sigillo di Salomone: l'anello del re tra Bibbia, Talmud e Corano

La leggenda dell'anello di Salomone: Giuseppe Flavio, il Testamento di Salomone, il Talmud, la tradizione islamica e il dubbio tra esagramma e pentagramma.

Pochi re dell'antichità hanno avuto una seconda vita leggendaria paragonabile a quella di Salomone. La Bibbia lo presenta come il sovrano saggio che costruì il Tempio di Gerusalemme e compose proverbi e cantici. Le tradizioni successive, ebraiche, cristiane e islamiche, ne fecero anche un dominatore di spiriti, grazie a un oggetto prodigioso: un anello con un sigillo, che secondo il racconto gli sarebbe stato donato dal cielo.

Dalla Bibbia a Giuseppe Flavio

Il primo libro dei Re attribuisce a Salomone una sapienza immensa e una conoscenza della natura che comprende alberi, animali, uccelli e pesci. Nel I secolo lo storico Giuseppe Flavio, nelle Antichità giudaiche, aggiunge che il re aveva composto formule contro i demoni. Racconta anche di un certo Eleazar che, davanti a Vespasiano, avrebbe liberato un indemoniato servendosi di un anello e di una radice indicata da Salomone.

Il racconto più completo si trova nel Testamento di Salomone, un testo greco di datazione molto discussa, collocato dagli studiosi fra i primi secoli dell'era cristiana e il Medioevo bizantino. Vi si narra che l'arcangelo Michele consegnò al re un anello inciso, con il quale Salomone costrinse i demoni a lavorare alla costruzione del Tempio. Ogni demone rivela il proprio nome, i mali che provoca e l'angelo che lo sconfigge.

L'anello nelle tradizioni ebraica e islamica

Il Talmud babilonese, nel trattato Gittin, racconta la storia del re dei demoni Ashmedai, catturato con una catena e un anello su cui era inciso il nome divino. Grazie a lui Salomone ottenne lo shamir, il misterioso essere capace di tagliare la pietra senza strumenti di ferro, necessario per costruire il Tempio. Il racconto si chiude con la caduta temporanea del re, privato dell'anello e costretto a vagare in esilio.

Il Corano ricorda Salomone, Sulaymān, come profeta a cui Dio sottomise i venti e i jinn. L'anello non compare nel testo sacro, ma è molto presente nella letteratura successiva, nei racconti dei profeti e nelle Mille e una notte, dove un jinn resta imprigionato per secoli in un vaso chiuso dal sigillo del re. Nel mondo islamico l'espressione «sigillo di Salomone» indica spesso la stella a sei punte, raffigurata su monete, ceramiche e porte.

Esagramma o pentagramma?

Quale fosse la forma del sigillo, le fonti non lo dicono in modo univoco. Nel mondo islamico e in parte di quello ebraico prevalse l'esagramma, la stella formata da due triangoli intrecciati, che solo in età moderna divenne il simbolo noto come stella di Davide. Nell'Europa medievale, invece, «sigillo di Salomone» poteva indicare anche il pentagramma, come mostra il poema inglese Sir Gawain e il Cavaliere Verde, composto nel tardo Trecento.

Il nome passò persino alla botanica. In molte lingue europee una pianta del genere Polygonatum si chiama sigillo di Salomone, per le cicatrici rotonde lasciate sul rizoma dai fusti degli anni precedenti, che ricordano l'impronta di un timbro. È un piccolo segno di quanto la leggenda fosse radicata nell'immaginario comune, al punto da dare nome a un oggetto naturale.

Il sigillo di Salomone è insomma un simbolo senza un unico originale. Ogni tradizione lo ha immaginato in modo diverso, e proprio questa varietà lo ha reso così duraturo. Nei libri magici del Rinascimento, come la Clavicula, il nome del re divenne una garanzia di antichità e autorevolezza, ma le radici della leggenda affondano in racconti molto più antichi, che appartengono alla storia religiosa del Vicino Oriente.