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Tefillin e mezuzah: oggetti rituali ebraici tra precetto e protezione

Tefillin e mezuzah nella tradizione ebraica: fondamento biblico, ritrovamenti di Qumran, il giudizio di Maimonide e la distinzione tra precetto e amuleto.

Nelle case ebraiche si nota spesso un piccolo astuccio fissato obliquamente allo stipite della porta. È la mezuzah, che contiene un rotolo di pergamena con passi della Torah. Allo stesso ambito appartengono i tefillin, due scatolette di cuoio nero legate al braccio e alla fronte durante la preghiera del mattino nei giorni feriali. Questi oggetti sono talvolta descritti come amuleti, ma la tradizione ebraica li considera anzitutto adempimento di comandamenti, e questa distinzione è essenziale per comprenderli.

Il fondamento biblico

L'origine di entrambi gli oggetti è nel Deuteronomio. Nel passo noto come Shema, al capitolo 6, si legge l'invito a legare le parole divine «come segno sulla tua mano» e a scriverle «sugli stipiti della tua casa». Lo stesso comando ritorna al capitolo 11 e trova un parallelo nell'Esodo, al capitolo 13. Le pergamene dei tefillin contengono quattro passi tratti da questi capitoli, mentre la mezuzah ne riporta due, entrambi dal Deuteronomio.

Le scoperte di Qumran

La pratica è antica. Nelle grotte di Qumran, presso il Mar Morto, sono stati trovati frammenti di tefillin e di mezuzot databili tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., con alcune differenze nei testi rispetto all'uso successivo. Il Vangelo di Matteo, scritto nel I secolo, menziona i filatteri, termine greco che significa «protezioni», rimproverando chi li portava in modo ostentato. Il nome greco rivela come, già allora, una parte del mondo esterno leggesse questi oggetti come strumenti di difesa.

Comandamento o amuleto

Nella tradizione rabbinica la distinzione tra precetto e amuleto fu discussa a lungo. Mosè Maimonide, nel XII secolo, scrisse nel suo codice Mishneh Torah che chi aggiunge nomi di angeli o altre formule nella mezuzah trasforma un comandamento in un amuleto per il proprio vantaggio, e giudicò severamente questo errore. Allo stesso tempo, nella devozione popolare di molte comunità la mezuzah era sentita anche come una custodia della casa e dei suoi abitanti.

Sul retro della pergamena è tradizionalmente scritta la parola Shaddai, uno dei nomi divini, che alcuni commentatori hanno letto anche come acronimo dell'espressione «custode delle porte d'Israele». È uno dei punti in cui il significato di protezione affiora in modo esplicito, pur restando all'interno della tradizione normativa e senza trasformare l'oggetto in un talismano.

Oggetti e scrittura

Tanto i tefillin quanto la mezuzah sono validi solo se le pergamene sono scritte a mano da uno scriba esperto, con inchiostro apposito e secondo norme precise stabilite dalla tradizione. Il valore dell'oggetto, cioè, non risiede nell'astuccio, spesso decorato con arte, ma nel testo. È un tratto che li avvicina, nella forma, ad altri contenitori di scrittura del mondo antico, pur distinguendoli nettamente per funzione e significato religioso.

Studiare tefillin e mezuzah nella storia degli amuleti significa quindi rispettare una distinzione importante. Sono oggetti rituali di una religione vivente, che i fedeli intendono come obbedienza a un comando e come memoria quotidiana della parola divina, e solo in parte, e da alcuni, come protezione. La loro lunga storia, documentata da Qumran fino a oggi, ne fa uno dei casi più chiari di continuità rituale nel Mediterraneo.