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Onice e agata: le pietre a bande tra Bibbia, cammei e lapidari

Onice e agata nell'Esodo, nei grandi cammei antichi, in Plinio e nel Liber lapidum di Marbodo: due calcedoni dalla reputazione opposta.

L'onice e l'agata appartengono alla stessa famiglia minerale, quella del calcedonio, una varietà di quarzo microcristallino. Si distinguono soprattutto per l'aspetto: l'agata presenta bande colorate spesso curve e concentriche, l'onice strati paralleli e netti, di solito bianchi e neri. Proprio queste stratificazioni le resero preziose per gli incisori antichi, che ne sfruttavano i colori sovrapposti, e ne fecero oggetto di credenze molto diverse, talvolta opposte.

L'onice nella Bibbia e nei cammei

Nell'Esodo il sommo sacerdote porta sulle spalle due pietre su cui sono incisi i nomi delle dodici tribù d'Israele; la Vulgata di Girolamo le chiama lapides onychinos. L'identificazione della pietra ebraica, lo shoham, resta discussa, ma la traduzione latina contribuì a dare all'onice una dignità sacra per tutto il Medioevo, quando la Vulgata era il testo biblico di riferimento in Occidente.

Nel mondo ellenistico e romano l'onice e la sardonice, con strati bianchi e bruni, furono i materiali dei grandi cammei. La Gemma Augustea del Kunsthistorisches Museum di Vienna e la Tazza Farnese del Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono tra i capolavori di quest'arte, in cui il rilievo chiaro emerge dal fondo scuro con effetti quasi pittorici. La Gemma Augustea celebra Augusto tra le divinità, mentre la Tazza Farnese, di epoca tolemaica, raffigura una scena allegorica legata al Nilo e reca all'esterno una testa di Medusa.

La cattiva fama dell'onice nei lapidari

Curiosamente, i lapidari medievali attribuiscono all'onice qualità inquietanti. Marbodo di Rennes scrive che chi la porta al collo è visitato da sogni tristi e da timori notturni, e che la pietra suscita liti e discordie. Alberto Magno, nel De mineralibus, riprende queste credenze come tradizione ricevuta. Il nome, dal greco onyx, unghia, alimentò in età moderna un racconto secondo cui Eros avrebbe tagliato le unghie a Venere addormentata; si tratta però di una storia di cui non si conosce una fonte antica sicura.

L'agata di Sicilia

L'agata deve il nome al fiume Achates, in Sicilia, identificato di solito con l'odierno Dirillo, presso il quale, secondo Teofrasto e Plinio, fu trovata per la prima volta. Plinio osserva che un tempo era molto stimata e ai suoi giorni non lo era più, e ricorda il celebre anello di Pirro, re dell'Epiro, nella cui agata le venature naturali disegnavano Apollo con la cetra e le nove Muse, ciascuna con il proprio attributo.

Ai lapidari medievali l'agata appariva invece benefica. Marbodo le attribuisce il potere di rendere gradito e persuasivo chi la porta e di difenderlo dalle avversità, e in molte tradizioni successive divenne un amuleto contro il morso degli animali velenosi. I disegni naturali delle sue bande, che sembravano paesaggi o figure, alimentavano l'idea che la pietra custodisse un ordine nascosto.

Le due pietre mostrano quanto i significati simbolici possano divergere anche tra materiali simili. L'onice, scura e regolare, fu legata alla malinconia e ai sogni; l'agata, ricca di disegni naturali, alla grazia e alla protezione. Entrambe, però, devono la loro fama più duratura alla mano degli incisori, che ne trasformarono gli strati in immagini, sigilli e cammei ammirati ancora oggi nei musei europei.