Baskania: il malocchio nella Grecia antica
Dalla baskania discussa da Plutarco al Polifemo di Teocrito che sputa tre volte: come i Greci antichi pensavano lo sguardo invidioso e le sue difese.
I Greci avevano una parola precisa per il potere nocivo dello sguardo: baskania. Il termine indicava insieme l'invidia e la capacità di nuocere con gli occhi, e il baskanos era colui che, guardando con astio o con eccessiva ammirazione, poteva far ammalare un bambino, seccare un raccolto o rovinare una fortuna. Non si trattava di una superstizione marginale: ne discutevano poeti, medici e filosofi, e il lessico greco conservava anche la parola baskanion, l'oggetto destinato ad allontanare quel pericolo.
Una credenza discussa a tavola
La testimonianza più ampia viene da Plutarco, che nelle Questioni conviviali, al libro quinto, immagina una conversazione a cena proprio su coloro che si dice gettino il malocchio. Alcuni commensali ridono dell'idea, altri la difendono con argomenti fisici. Il ragionamento che prevale è che dagli occhi escano emanazioni sottili, capaci di colpire chi è guardato, così come certi odori o il contagio di alcune malattie passano da un corpo all'altro senza bisogno di contatto.
Plutarco riporta anche un caso già proverbiale ai suoi tempi: un certo Eutelida, ammirando la propria immagine riflessa nell'acqua di un fiume, si sarebbe colpito da solo e ammalato. L'aneddoto serviva a mostrare che la baskania non richiedeva cattiva volontà: perfino lo sguardo compiaciuto su se stessi poteva diventare pericoloso. È un'idea che attraversa i secoli e che ritroveremo nella distinzione moderna tra invidia consapevole e influsso involontario.
Poeti, romanzieri e gesti di difesa
Nella poesia il malocchio compare con naturalezza. Teocrito, nel sesto idillio, fa dire al ciclope Polifemo di essersi sputato tre volte in seno dopo aver lodato la propria bellezza, proprio per non attirare la baskania. Il gesto dello sputo, ripetuto in numero rituale, era tra le difese più comuni e si accompagnava a parole che attenuavano la lode, quasi a chiedere scusa alla sorte per la propria fortuna.
Molto più tardi, nel romanzo Le Etiopiche di Eliodoro, databile tra il III e il IV secolo d.C., il sacerdote Calasiride spiega come l'aria, impregnata dallo sguardo invidioso, trasmetta il male attraverso gli occhi fino all'anima di chi viene guardato. Il passo, nel terzo libro, è una piccola teoria del contagio visivo e dimostra quanto queste idee fossero radicate anche presso i lettori colti dell'età imperiale.
Il baskanion e le immagini protettive
Contro lo sguardo nocivo i Greci usavano oggetti e immagini. Il nome baskanion poteva designare amuleti appesi al collo dei bambini, figure grottesche o falliche poste davanti alle botteghe e alle fucine, volti di Gorgone dipinti su scudi e vasi. Il principio, secondo gli studiosi, era quello della distrazione e del rovesciamento: un'immagine ridicola, oscena o terrificante catturava il primo sguardo e ne disperdeva la forza prima che raggiungesse ciò che contava davvero.
La baskania greca ha lasciato un'eredità lunga. Il latino fascinum, la jettatura napoletana e il mati che ancora oggi si regala in Grecia ai neonati appartengono alla stessa famiglia di idee. Leggere Plutarco o Teocrito permette di vedere che il timore dello sguardo invidioso non nasce in un villaggio isolato, ma al centro della cultura classica, discusso con ironia e serietà insieme da autori che ne hanno fissato i termini per l'Europa.
